Cerca nel blog

martedì 19 aprile 2022

L'aggressione di Putin deve essere fermata con la guerra?

 L'art. 11 della nostra Costituzione mette fuori legge, ripudia la guerra "come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". Quindi, se valesse qualcosa nell'ordinamento ucraino, non impedirebbe certo la reazione armata all'aggressione russa, illegittima e da condannare in ogni sede. Ma la nostra Costituzione promuove la pace e la cooperazione fra i popoli, anche attraverso la partecipazione alle organizzazioni internazionali - come l'ONU - che hanno questo scopo e consente la cessione di sovranità in loro favore. La Nato, a voler leggere con spirito libero il suo statuto e la sua storia, è estranea a questa definizione.

Se l'Italia avesse dovuto intervenire inviando armi a chi è aggredito militarmente avrebbe partecipato inviando armi a Saddam Hussein e Muhammar Gheddafi, invece si è schierata con l'aggressore e ha partecipato più o meno direttamente a delle carneficine che hanno arricchito i Masters of war e destabilizzato il mondo intero.

Se tutti gli stati facessero sempre come stan facendo i paesi della Nato saremmo in conflitto permanente e, fatalmente, esteso. E sarebbe negato, azzerato, il principio pacifista inscritto nella carta dell'ONU e nella nostra Costituzione. Questo è sempre stato chiaro ai migliori giuristi, ricordo nel 1991 quanto scrivevano il nostro Umberto Allegretti e, negli Usa, Richard Falk. 

Purtroppo gli ucraini sono vittime di due nazionalismi armati e di un occidente che fomenta il conflitto da anni, invece di impegnarsi a trovare una soluzione pacifica che è possibile da febbraio. Non mi pare che ci sia mai stata sui governi dei paesi Nato una responsabilità così pesante dal 1990 e non vedo personalità in grado di gestirla adeguatamente.


Gli ucraini antirussi (quindi una parte seppur maggioritaria della popolazione) sono armati e finanziati dai paesi Nato dal 2014, non da oggi. Questo non assolve Putin, ma fa capire come siamo entrati in questa guerra e come se ne possa forse uscire. La Nato dice con insistenza (v. ad esempio l'Economist di questa settimana) che ciò non vuol dire essere in guerra con la Russia. Gli italiani sentono dire dal governo che così stiamo aiutando la "resistenza ucraina": non dubito della convinzione di tanti che ciò rispetti i valori resistenziali, ma quella è una guerra, non una resistenza contro un regime ostile. I partigiani resistevano al nazifascismo dopo l'8 settembre '43, cioè dopo il crollo del regime fascista e quando si insediava la RSI al Nord e un tentativo di regno d'Italia al Sud, con gli Alleati che avanzavano. Se Badoglio e i Savoia fossero stati saldamente al governo e avessero comandato un esercito unito contro i nazisti non avremmo mai chiamato i partigiani resistenti, ma civili armati al fuanco dell'esercito contro i tedeschi. Così gli ucraini. Ciò non toglie nulla al loro diritto di combattere contro i russi, ma è una guerra e il comandante è Zelenski, non Fanciullacci o Longo. Quella partigiana fu una guerra civile alternativa a quella che opponeva nazifascisti e Alleati. Essendo quella ucraina una guerra fra stati possiamo certamente riconoscere nella Russia l'invasore, ma se aiutiamo il governo ucraino aiutiamo uno dei contendenti contro uno dotato di armi atomiche. Non mi pare la strada giusta.

venerdì 4 marzo 2022

Chi vuole la pace non menta sulla guerra

 Putin non è affidabile, ma finché c'è si gioca con lui. Egli pone delle condizioni al ritiro dell'esercito russo dell'Ucraina, da ultimo nel suo colloquio con Scholz: "Lo status neutrale e non nucleare dell’Ucraina con la sua smilitarizzazione e "de-nazificazione", il riconoscimento della Crimea come dominio della Russia e della sovranità della DPR e della LPR entro i confini amministrativi delle regioni di Donetsk e Luhansk". Sono condizioni accettabili? Mi pare di sì, le si leggono ovunque, ma non mi pare che si valutino seriamente. Si tratta in pratica degli accordi di Minsk del 2014, l'unico aspetto un po' oscuro è nel termine de-nazificazione, una fissazione di Putin, ma lo si può tradurre nella condizione che a Minsk era indicata come "rimozione di gruppi illegali armati, attrezzature militari, combattenti e mercenari dal territorio dell'Ucraina sotto la supervisione dell'OSCE. Disarmo di tutti i gruppi illegali". Il problema forse sta nell'individuare dei garanti del rispetto degli esiti della trattativa, UE e Cina


La portata dell'aggressione russa. È una guerra di aggressione, illegittima e va fermata, muoiono civili a centinaia. Ma quanti? Leggo i dati ONU e i civili uccisi dal 24.2 al 4.3 sarebbero 331, oltre a 675 feriti. Kiev parla di 2.000 morti. Non va sminuita l'aggressione, ma è evidente che i russi stiano cercando di limitare i morti civili, se non altro per evitare reazioni del popolo ucraino e russo. Non vorrei sembrare cinico, ma sono numeri che non giustificano il rischio di un conflitto Russia- Nato.


La centrale nucleare di Zaporizhzhia: Zelenski parla di folle bombardamento della centrale, "lo stato terrorista ha fatto ricorso al terrore nucleare". E a distanza di 24 ore si continua a parlare di rischio atomico sfiorato. In realtà basta leggere qualsiasi cronaca per vedere che i russi hanno preso il controllo della centrale attaccando con armi leggere edifici estranei ai reattori (che fra l'altro è in grado di resistere ad attacchiarmati), si è sviluppato un incendio a 500 m. di distanza che è stato spento dai pompieri ucraini che i militari russi hanno lasciato accedere. Gridare all'incubo atomico 10 volte Chernobyl è almeno irresponsabile. 


Queste nebbie si vedono sempre durante i conflitti, di solito servono a giustificare massacri "pacificatori" ben più gravi. Non pare che gli Usa li stiano progettando, ma credo sia utile restare con i piedi per terra e continuare a puntare sulla soluzione pacifica del conflitto.

mercoledì 9 febbraio 2022

Costituzione verde, politica grigia

 Un nuovo comma in fondo all'art. 9 cost. per pulire le coscienze. 

« La Repubblica tutela l’ambiente e l’ecosistema, protegge le biodiversità e gli animali, promuove lo sviluppo sostenibile, anche nell’interesse delle future generazioni».

E qualche parola nuova all'art. 41.

L'ambiente c'era già in costituzione, a volercelo leggere con la sensibilità certo successiva al 1947, di questi ultimi decenni, come spesso (non sempre) ha fatto la corte costituzionale perché già si poteva trovare non solo e non tanto il "paesaggio" dello stesso art. 9, ma all'art. 41 che "l'utilità sociale" imponesse limiti all'impresa; e non è un fine sociale la tutela dell'ambiente, della biodiversità? E già si poteva ben dire che la "tutela della salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività" dell'art. 32 comprendesse anche un ambiente salubre, un divieto di attività inquinanti, di sversamento di veleni, chessò, delle concerie in Toscana o delle acciaierie in Puglia. Queste cose le ha dette talvolta la corte costituzionale, raramente lo ha fatto la politica, il legislatore e il governo.

Ora ci si adegua con qualche paroletta nuova, come biodiversità. E si promuove non solo una tutela diretta dell'ambiente (che avrà bisogno di iniziative concrete di attuazione), ma si mette un aggettivo, "sostenibile", a sviluppo: quindi abbiamo infilato lo sviluppo fra i principi fondamentali, complimenti! 

La maggioranza votante di questa modifica costituzionale comprende Lega e Forza Italia, partiti che avevano proposto la modifica iperliberista dell'art. 41. Ora il 41 diventa sì un po' più verde, ma l'utilità sociale perde quel valore di principio generale che già comprendeva la tutela dell'ambiente e sembra ridotta a voce di un elenco. 

Ovviamente nel Pnrr c'è poco come lamentano tutte le associazioni ambientaliste. E nessun serio intervento per l'ambiente che sacrifichi la produzione o gli interessi di soggetti economici forti avrà lo stesso successo e sostegno trasversali di questa modifica, a dimostrazione della inutilità di interventi di questo tipo. 

La facilità con cui si modifica la costituzione quando c'è un consenso ampio in parlamento è imbarazzante, in futuro, con una maggioranza di destra, si potrà fare di tutto. Anzi, no: lo si è già fatto nel 2012 quando con maggioranza bulgara si è modificato l'art. 81 (e 97, 117 e 119) introducendo l'equilibrio di bilancio in costituzione ed uccidendo una specie protetta, i diritti sociali. Anche quello fu uno spot, propaganda, dovevamo mostrarci più austeri dei partner europei. 

Oggi una politica grigia dipinge di verde una costituzione che lo era già.

martedì 18 gennaio 2022

Un passaggio vitale, anzi mortale.

La manovra della destra è la rivincita del fascismo sulla democrazia. Mira a consolidare il presidenzialismo di fatto insinuato nella prassi istituzionale degli ultimi trent'anni. Il simbolo dei Fratelli d'Italia è del resto un'esplicita fede in Mussolini, una fiamma che arde dalla sua tomba. Un richiamo oscuro, funereo, condiviso dal Movimento Sociale di Almirante e poi da Alleanza Nazionale. Quindi spaventa, per quanto sia improbabile, che domani Berlusconi possa essere eletto presidente grazie a Meloni, dopo che lui stesso ha sdoganato i fascisti di Fini nel 1994. 

Eppure la prassi del verticismo è rafforzata proprio dal centrosinistra dalla coda di paglia sin dal 1990, tutte le riforme che cancellano la centralità delle assemblee elettive è opera di maggioranze e governi di centrosinistra, Amato nel 1993 per i comuni, D'Alema nel 1999 e di nuovo Amato nel 2001 per le regioni. E poi il colpo gobbo del 2011 con Draghi alla Banca d'Italia e Trichet alla BCE buttano giù un pessimo Berlusconi, ma con una manovra golpista di Napolitano che promuove Monti (per fare cosa? Quello che ha fatto Monti e ora il ddl concorrenza di Draghi:  privatizzazioni e la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali). Pessimo anche il dirigismo di Mattarella che induce Conte a dimettersi per investire Draghi. Tutti campioni del centrosinistra, Napolitano e Mattarella. Sempre scavalcando il parlamento. Come oggi. Draghi invece di pensare al governo sta lì ad aspettare l'ora fatale e la noblesse a capo chino ridicolizzata dimentica che sarebbe il parlamento ad eleggerlo, che se ricopre altre cariche è ineleggibile, che dovrebbe prima dimettersi nelle mani di un presidente ormai decaduto e non potrebbe poi dare alcuna indicazione al governo, invece già pensa a nominare il suo successore e la fiducia sarà lui a darla al parlamento. 

Insomma, o si accetta di rischiare la caduta del governo e lo scioglimento delle camere, con uno scatto di dignità del parlamento che riscopra il suo ruolo in una catarsi che lo rigenera, oppure siamo alla soppressione della democrazia per mano neofascista, con la lugubre investitura dell'anima nera di Berlusconi - piduista e mafioso - da parte dei cadaveri del fascismo della Meloni e i suoi emuli di provincia di Salvini; o anche con nomi meno eclatanti, ma ugualmente disposti allo scempio; oppure siamo alla resa finale della democrazia rappresentativa attraverso il consolidamento del potere dell'oligarchia attraverso Draghi, l'incompetente in tutto, salvo che nello spianare la strada al capitale finanziario e ai meccanismi di arricchimento dei soggetti forti, avversari di ogni costituzione del II dopoguerra. Per evitare queste responsabilità PD e M5S non possono limitarsi a dire no a Berlusconi, devono dire no a Draghi, a Berlusconi e a qualsiasi manovra presidenzialista sulla pelle della costituzione.

sabato 9 ottobre 2021

Polonia vs. Unione Europea

Polonia vs. EU: il contrasto è frontale, la corte costituzionale di Varsavia nega la prevalenza del Trattato UE, e di suoi articoli fondamentali, sulla costituzione polacca.

Dicono i giuristi Dehousse (Liegi) che "“In Germany, the attack came from the judges, while in Poland it came from the judges and the authorities. That is worse, and forces the EU to react”

e Eeckhout (Londra) che “If we take this judgment seriously, this has to be resolved. The EU should say: You now have to change the Polish constitution or you cannot remain a member state”.

È senz'altro un attacco reazionario, da destra, rinforzato dal fronte anti immigrazione di ben dodici stati dell'Est europeo, ma mette a nudo anzitutto la non risolta convivenza fra trattati (non costituzione) europei e costituzioni statali e questo non è un problema solo dei cattivissimi sovranisti orientali, ma anche dei paesi occidentali e, soprattutto, di quelli mediterranei; secondariamente è un problema di rispetto dello stato di diritto e di irrisolte procedure ex art. 7. 


Porre l'accento solo su queste, sullo stato di diritto, e quindi sui diritti civili, nasconde maliziosamente la distanza che c'è, ad esempio, fra costituzione italiana e trattati UE sul piano dell'intervento pubblico nell'economia e dei diritti sociali ed economici. E non ci fa vedere un effetto sempre vivo: che in Italia, ma anche in Francia, l'insoddisfazione per la direzione politica dell'integrazione europea sia ascoltata solo dagli stolti amici dei sovranisti orientali.


Bisognerebbe invece prendere atto di come la cessione di sovranità non sia, salvo alcuni settori e salvo le eccezioni emergenziali realizzate per salvare l'euro e la domanda in area euro (e non certo i paesi scialoni del Sud), in favore di un soggetto sovranazionale che realizzi un'espansione territoriale di tutti i diritti fondamentali. Perché è evidente che non realizzi l'internazionalismo dei diritti che sta alla base del concetto giacobino (ma anche, per altri versi, mazziniano) di nazione. 

Non credo che la politica abbia la forza di imprimere questa svolta all'integrazione europea, certo che veder scricchiolare le magnifiche sorti europee per richieste di arretramento sui diritti umani e sulle libertà fondamentali mette giustamente in allarme. Ma non si pensi che il consenso verso queste fughe nazionaliste non includa un forte disagio sociale, non risieda anche nelle crescenti disuguaglianze economiche.

 https://www.politico.eu/article/explained-poland-court-ruling-european-union-eu/

lunedì 4 ottobre 2021

Lucano e la legalità costituzionale

Paolo Solimeno, 2 ottobre 2021

 Mimmo Lucano credo vada difeso con le ragioni del diritto. Non viviamo sotto un regime qualsiasi, ma in una democrazia retta da una costituzione molto avanzata che riconosce e tutela i diritti umani ed il principio di solidarietà. Non consegniamo le solide ragioni giuridiche di Lucano al sentimentalismo, non contrapponiamo Antigone a Creonte perché Tebe non era retta da una costituzione democratica. 

Certo che non è facile ricondurre tutto quanto fatto a Riace sotto il cappello assolutorio di una solidarietà attiva che costruisce addirittura una società non solo accogliente per i migranti, ma florida anche per i locali. E con i soldi dello stato. Uno stato che prima è complice, finanzia il Modello Riace, e poi si fa accusatore e aguzzino per poi tornare, speriamo, magnanimo in appello con una riduzione di pena? Non mi paiono accettabili queste oscillazioni, dei commentatori più che dei giudici, i principi fondamentali devono prevalere sempre e la legalità deve alzare la testa, non perdersi dietro ad effimere e demagogiche disposizioni pensate per dare un senso ad una politica che ha rinunciato ad un progetto di società e insegue le paure per raccogliere consensi. 

Come Calamandrei difendeva Dolci e i pretori degli anni '70 assolvevano le occupazioni di case per necessità, così noi oggi, nel decennio dell'ecatombe nel Mediterraneo, dobbiamo dire che nel nostro stato costituzionale di diritto un sindaco che accoglie migranti in fuga dalla guerra e gli trova un lavoro migliorando le condizioni dell'intera comunità che amministra sta rispettando la legalità e non può meritare il carcere e avere debiti verso la repubblica.

lunedì 8 febbraio 2021

Draghi è un libro aperto

Almeno smettetela di chiamarlo keynesiano: Draghi è stato allievo di Caffè, ma da decenni è un liberista puro, o neoliberista, convinto che austerità e aiuto al capitale privato siano la giusta ricetta anche in tempo di crisi (ascoltatelo al meeting di CL, o leggete l'ottima requisitoria di Marco Revelli su Volerelaluna del 29.3.2020 Draghi, lupi, faine e sciacalli (volerelaluna.it) ). 

La sua opera durante la crisi da presidente della Bce non contraddice, mi pare, quest'orientamento: il massiccio Quantitative easing è acquisto di debito pubblico e stabilizza moneta e mercato, ma non immette moneta, lascia i paesi con i debiti che avevano (anzi li accresce). Keynes invece riteneva (suppergiù...) che nei casi di crisi della domanda lo stato dovesse stimolarla con massicci investimenti (remunerativi per il moltiplicatore keynesiano) stampando moneta, non essendo in grado il mercato di riequilibrarsi da sé e di garantire la piena occupazione. Proverbiale (e con assonanze epidemiologiche) l'errore di Roosvelt nel '37 che cominciò con i tagli alla spesa pubblica pensando che la ripresa fosse ormai consolidata e invece gli USA ripiombarono nella disoccupazione. 

Se è vero che da presidente della Bce Draghi non avrebbe potuto fare di più perché è vietato dai trattati finanziare direttamente gli stati stampando moneta, è vero anche che negli interventi pubblici, piuttosto rari, Draghi non l'ha mai teorizzato, non è mai uscito dal solco di principi solidi, ad esempio nella sua opera di privatizzatore (negli anni '90) e di alfiere dell'austerità (nel 2011-12 anzitutto, senza dimenticare le pressioni sulla Grecia affinché accettasse il salvataggio, e che salvataggio...); e anche il rassicurante "whatever it takes" è stato pronunciato da Draghi nel luglio 2012, dopo che le pressioni sue e della Commissione dal 2011 costrinsero alle dimissioni Berlusconi, portarono alla nomina di Monti e all'approvazione quasi all'unanimità del Fiscal compact ad aprile 2012 quando ancora le rassicurazioni dei mercati non erano arrivate (su questo Paolo Ferrero è stato chiaro e spietato. Su tutto v. G. Preterossi Draghi e governo della finanza: Non prevarranno! | La Fionda). A marzo dell'anno scorso egli sosteneva poi che "Livelli molto più elevati di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati da cancellazione del debito privato".

Ora non è chiamato, Draghi, a fare sfoggio di politica monetaria, ma a gestire in sostanza finanziamenti europei e una crisi pandemica, su questa seconda spero che sarà umile e nomini o confermi persone in gamba, sui primi bisogna capire che direzione vorrà imprimere all'uso dei soldi, in gran parte a debito, ottenuti dal governo Conte (tanti, 209 su 750 totali UE). Sottrarre a un governo PD-M5S-LEU la gestione di questa partita è una mossa un po' meschina, ma siamo abituati al cinismo della politica. Ormai è difficile sottrarsi al sostegno - Villone lucidamente suggerisce alla sinistra di esserci per "chiedere, pretendere, orientare" -, ma ci saranno occhi aperti e bocche critiche? Lo slittamento a destra nella gestione del prestito UE ci sarà, con ogni probabilità, anche se il governo Draghi durerà un anno, e sarà nell'individuazione dei destinatari degli investimenti e aiuti, nelle regole transitorie per gestire la flessione drammatica dell'occupazione e dei redditi delle fasce medie e basse, nella politica fiscale. L'aura messianica e l'obiettiva delicatezza del periodo renderanno stabile il sostegno parlamentare a un esecutivo credo monocratico con un decisore e qualche amministratore.

------------

Poi il 12 febbraio arrivano i nomi dei ministri.

Tutta l'economia va in mano a gente di ultradestra: Colao, un ultrà industrialista che voleva cancellare lacci e lacciuoli per Conte (ricordate il "piano Colao"?), poi al MEF Daniele Franco, cioè Draghi, e Giorgetti, la Lega presentabile in Confindustria, assieme a Garavaglia, pure Lega, al turismo (così a Franceschini restano le chiacchiere).

Pessimo agli Esteri Di Maio, si è autoimposto e non sa cosa fare.

Bene all'Interno Lamorgese e alla Giustizia Marta Cartabia, un salto di due classi.

Lavoro Andrea Orlando – PD, pure bene.

Ambiente – Transizione Ecologica – Recovery Plan Roberto Cingolani – un fisico bravo, ma era con Colao...

Istruzione  Patrizio Bianchi – prof di economia che ha scritto cose condivisibili sull'istruzione 

Università e ricerca Cristina Messa – rettrice della Bicocca... boh

Salute Roberto Speranza – LeU bene, serio e di sani principi.

Affari regionali e autonomie

Maria Stella Gelmini – FI pessima.

Rapporti con il Parlamento

Federico D’Incà – M5S confermato 

Pubblica Amministrazione Renato Brunetta: persecutore dei dipendenti pubblici. 

Un bel governo moderato, a tratti dignitoso, ma estremista neoliberista nei ministeri economici. Bravo Renzi, missione compiuta.

martedì 22 settembre 2020

Elezioni regionali: contro l'elezione diretta e il premio di maggioranza (specie in Toscana)

 In Toscana con un sistema proporzionale senza sbarramenti (o sbarramenti bassi, ad esempio al 2 %) e qualche consigliere in più (erano prima 65 fino al 2010, poi 53 fino al 2013, oggi 40 + 1, con lo sbarramento naturale già al 2,5%) la coalizione di Eugenio Giani avrebbe avuto diversi alleati e diversi risultati, ma comunque non avrebbe preso la maggioranza in consiglio senza allearsi con Toscana a Sinistra e magari anche con il M5S o con altre liste che in prima battuta non si sarebbero alleate per stare sotto il cappello della coalizione (e con la soglia al 3%, anziché al 5% stando fuori), ma avrebbero corso da sole. 

Su 1.800.000 voti totali, ben 225.000 (il 12,5%) sono stati buttati via per non aver superato la soglia, di questi 144.000 hanno concorso al risultato di coalizione, ma non hanno avuto seggi.

Si consideri poi che tra premio di maggioranza e sbarramenti il vincitore del premio è sovrarappresentato (24 seggi + Giani - ovvero oltre il 60% - con il 48,62%, invece dei 19 seggi di un proporzionale) e l'opposizione è compressa nei rimanenti 16 seggi, anziché 21. 

In consiglio avremo tre partiti (PD, Lega e F.d'I., oltre a Italia viva con 2 consiglieri e Forza Italia e M5S con 1 consigliere).

Il rispetto del diritto di voto e di partecipazione impone una legge elettorale meno distorsiva delle intenzioni degli elettori. 

Fra l'altro le contrattazioni e gli scambi avvengono anche col maggioritario, anzi: col proporzionale sono discussi in consiglio dopo le elezioni, mentre gli accordi preelettorali avvengono di solito all'insaputa degli elettori, fra correnti o segreterie di partiti. 

E come diceva Sartori (citato da Canfora) "persino un ritorno alla proporzionale pura sarebbe meglio che niente. Perché in tal caso i partitini del 2-3 per cento sopravviverebbero innocui, nel senso che tornerebbero a pesare per i voti che ottengono e  non , invece, per gli abbondantissimi seggi in più che oggi ottengono al tavolino vendendo le proprie desistenze" (Sartori, Legge elettorale senza tabù, Corriere della sera 8 agosto 2004).

Una legge elettorale proporzionale e l'elezione indiretta - in consiglio - del presidente della giunta regionale era stata proposta dai consiglieri di Toscana a sinistra nel 2019, forse troppo tardi per accendere un dibattito ed eventuali consensi nella maggioranza e nell'opposizione di destra. Ma la strada andrebbe percorsa, sulla scia dell'auspicata scelta del proporzionale a livello nazionale, dopo la sconsiderata conferma referendaria del drastico taglio dei parlamentari.


sabato 29 agosto 2020

Il no dei Giuristi Democratici al taglio dei parlamentari

 I Giuristi Democratici per il NO al referendum costituzionale del 20 e 21 settembre 2020


Comunicato stampa

I Giuristi Democratici sono contrari alla riduzione del numero dei parlamentari approvata in Parlamento in quarta lettura lo scorso ottobre e vedono nell'iniziativa di modifica della Costituzione la convergenza di demagogici obiettivi di risparmio e di progetti di indebolimento del Parlamento che già nel 2006 e nel 2016 sono stati bocciati dal voto popolare.


In assenza di una legge elettorale proporzionale -che comunque avrebbe efficacia di legge ordinaria- e mantenendo l'elezione del Senato su base regionale, il taglio arbitrario inciderebbe sulla rappresentanza territoriale, che sarebbe pressoché esclusa in alcune regioni, annullerebbe il pluralismo democratico privilegiando poche forze politiche e determinerebbe gravi effetti su altri istituti dell'ordinamento costituzionale a cominciare dalla elezione del Presidente della Repubblica. E proprio in un periodo di forti diseguaglianze e protratta crisi economica si ridurrebbe la capacità del Parlamento di svolgere la propria funzione essenziale di rappresentanza delle varie istanze sociali e di composizione dei conflitti.


I GD ritengono necessario esprimere con un fermo NO la difesa dell'unico organo rappresentativo attraverso il quale si esprime la sovranità popolare nazionale.


Al Parlamento devono poter accedere le forze culturali e politiche che si esprimono nella società civile perché è questo il luogo dove il Paese deve essere rappresentato con ragionevole fedeltà, consentendo il confronto delle diverse posizioni chiamate a determinare la politica nazionale nel rispetto dei diritti politici di ciascuno (artt. 3, 48 e 49 Cost.) ed in attuazione dei diritti sociali ed economici (artt. da 35 a 47 Cost.) che nelle fasi di crisi economica e radicalizzazione delle disuguaglianze sono i primi ad essere sacrificati.


Per questi motivi l'Associazione Nazionale Giuristi Democratici è impegnata nella campagna referendaria affinché il 20 e 21 settembre 2020, in difesa della democrazia costituzionale, prevalga il NO ed è per questo direttamente coinvolta nel Comitato per il NO al "taglio" del Parlamento.


 


29 agosto 2020


ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIURISTI DEMOCRATICI