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lunedì 8 febbraio 2021

Draghi è un libro aperto

Almeno smettetela di chiamarlo keynesiano: Draghi è stato allievo di Caffè, ma da decenni è un liberista puro, o neoliberista, convinto che austerità e aiuto al capitale privato siano la giusta ricetta anche in tempo di crisi (ascoltatelo al meeting di CL, o leggete l'ottima requisitoria di Marco Revelli su Volerelaluna del 29.3.2020 Draghi, lupi, faine e sciacalli (volerelaluna.it) ). 

La sua opera durante la crisi da presidente della Bce non contraddice, mi pare, quest'orientamento: il massiccio Quantitative easing è acquisto di debito pubblico e stabilizza moneta e mercato, ma non immette moneta, lascia i paesi con i debiti che avevano (anzi li accresce). Keynes invece riteneva (suppergiù...) che nei casi di crisi della domanda lo stato dovesse stimolarla con massicci investimenti (remunerativi per il moltiplicatore keynesiano) stampando moneta, non essendo in grado il mercato di riequilibrarsi da sé e di garantire la piena occupazione. Proverbiale (e con assonanze epidemiologiche) l'errore di Roosvelt nel '37 che cominciò con i tagli alla spesa pubblica pensando che la ripresa fosse ormai consolidata e invece gli USA ripiombarono nella disoccupazione. 

Se è vero che da presidente della Bce Draghi non avrebbe potuto fare di più perché è vietato dai trattati finanziare direttamente gli stati stampando moneta, è vero anche che negli interventi pubblici, piuttosto rari, Draghi non l'ha mai teorizzato, non è mai uscito dal solco di principi solidi, ad esempio nella sua opera di privatizzatore (negli anni '90) e di alfiere dell'austerità (nel 2011-12 anzitutto, senza dimenticare le pressioni sulla Grecia affinché accettasse il salvataggio, e che salvataggio...); e anche il rassicurante "whatever it takes" è stato pronunciato da Draghi nel luglio 2012, dopo che le pressioni sue e della Commissione dal 2011 costrinsero alle dimissioni Berlusconi, portarono alla nomina di Monti e all'approvazione quasi all'unanimità del Fiscal compact ad aprile 2012 quando ancora le rassicurazioni dei mercati non erano arrivate (su questo Paolo Ferrero è stato chiaro e spietato. Su tutto v. G. Preterossi Draghi e governo della finanza: Non prevarranno! | La Fionda). A marzo dell'anno scorso egli sosteneva poi che "Livelli molto più elevati di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati da cancellazione del debito privato".

Ora non è chiamato, Draghi, a fare sfoggio di politica monetaria, ma a gestire in sostanza finanziamenti europei e una crisi pandemica, su questa seconda spero che sarà umile e nomini o confermi persone in gamba, sui primi bisogna capire che direzione vorrà imprimere all'uso dei soldi, in gran parte a debito, ottenuti dal governo Conte (tanti, 209 su 750 totali UE). Sottrarre a un governo PD-M5S-LEU la gestione di questa partita è una mossa un po' meschina, ma siamo abituati al cinismo della politica. Ormai è difficile sottrarsi al sostegno - Villone lucidamente suggerisce alla sinistra di esserci per "chiedere, pretendere, orientare" -, ma ci saranno occhi aperti e bocche critiche? Lo slittamento a destra nella gestione del prestito UE ci sarà, con ogni probabilità, anche se il governo Draghi durerà un anno, e sarà nell'individuazione dei destinatari degli investimenti e aiuti, nelle regole transitorie per gestire la flessione drammatica dell'occupazione e dei redditi delle fasce medie e basse, nella politica fiscale. L'aura messianica e l'obiettiva delicatezza del periodo renderanno stabile il sostegno parlamentare a un esecutivo credo monocratico con un decisore e qualche amministratore.

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Poi il 12 febbraio arrivano i nomi dei ministri.

Tutta l'economia va in mano a gente di ultradestra: Colao, un ultrà industrialista che voleva cancellare lacci e lacciuoli per Conte (ricordate il "piano Colao"?), poi al MEF Daniele Franco, cioè Draghi, e Giorgetti, la Lega presentabile in Confindustria, assieme a Garavaglia, pure Lega, al turismo (così a Franceschini restano le chiacchiere).

Pessimo agli Esteri Di Maio, si è autoimposto e non sa cosa fare.

Bene all'Interno Lamorgese e alla Giustizia Marta Cartabia, un salto di due classi.

Lavoro Andrea Orlando – PD, pure bene.

Ambiente – Transizione Ecologica – Recovery Plan Roberto Cingolani – un fisico bravo, ma era con Colao...

Istruzione  Patrizio Bianchi – prof di economia che ha scritto cose condivisibili sull'istruzione 

Università e ricerca Cristina Messa – rettrice della Bicocca... boh

Salute Roberto Speranza – LeU bene, serio e di sani principi.

Affari regionali e autonomie

Maria Stella Gelmini – FI pessima.

Rapporti con il Parlamento

Federico D’Incà – M5S confermato 

Pubblica Amministrazione Renato Brunetta: persecutore dei dipendenti pubblici. 

Un bel governo moderato, a tratti dignitoso, ma estremista neoliberista nei ministeri economici. Bravo Renzi, missione compiuta.

martedì 22 settembre 2020

Elezioni regionali: contro l'elezione diretta e il premio di maggioranza (specie in Toscana)

 In Toscana con un sistema proporzionale senza sbarramenti (o sbarramenti bassi, ad esempio al 2 %) e qualche consigliere in più (erano prima 65 fino al 2010, poi 53 fino al 2013, oggi 40 + 1, con lo sbarramento naturale già al 2,5%) la coalizione di Eugenio Giani avrebbe avuto diversi alleati e diversi risultati, ma comunque non avrebbe preso la maggioranza in consiglio senza allearsi con Toscana a Sinistra e magari anche con il M5S o con altre liste che in prima battuta non si sarebbero alleate per stare sotto il cappello della coalizione (e con la soglia al 3%, anziché al 5% stando fuori), ma avrebbero corso da sole. 

Su 1.800.000 voti totali, ben 225.000 (il 12,5%) sono stati buttati via per non aver superato la soglia, di questi 144.000 hanno concorso al risultato di coalizione, ma non hanno avuto seggi.

Si consideri poi che tra premio di maggioranza e sbarramenti il vincitore del premio è sovrarappresentato (24 seggi + Giani - ovvero oltre il 60% - con il 48,62%, invece dei 19 seggi di un proporzionale) e l'opposizione è compressa nei rimanenti 16 seggi, anziché 21. 

In consiglio avremo tre partiti (PD, Lega e F.d'I., oltre a Italia viva con 2 consiglieri e Forza Italia e M5S con 1 consigliere).

Il rispetto del diritto di voto e di partecipazione impone una legge elettorale meno distorsiva delle intenzioni degli elettori. 

Fra l'altro le contrattazioni e gli scambi avvengono anche col maggioritario, anzi: col proporzionale sono discussi in consiglio dopo le elezioni, mentre gli accordi preelettorali avvengono di solito all'insaputa degli elettori, fra correnti o segreterie di partiti. 

E come diceva Sartori (citato da Canfora) "persino un ritorno alla proporzionale pura sarebbe meglio che niente. Perché in tal caso i partitini del 2-3 per cento sopravviverebbero innocui, nel senso che tornerebbero a pesare per i voti che ottengono e  non , invece, per gli abbondantissimi seggi in più che oggi ottengono al tavolino vendendo le proprie desistenze" (Sartori, Legge elettorale senza tabù, Corriere della sera 8 agosto 2004).

Una legge elettorale proporzionale e l'elezione indiretta - in consiglio - del presidente della giunta regionale era stata proposta dai consiglieri di Toscana a sinistra nel 2019, forse troppo tardi per accendere un dibattito ed eventuali consensi nella maggioranza e nell'opposizione di destra. Ma la strada andrebbe percorsa, sulla scia dell'auspicata scelta del proporzionale a livello nazionale, dopo la sconsiderata conferma referendaria del drastico taglio dei parlamentari.


sabato 29 agosto 2020

Il no dei Giuristi Democratici al taglio dei parlamentari

 I Giuristi Democratici per il NO al referendum costituzionale del 20 e 21 settembre 2020


Comunicato stampa

I Giuristi Democratici sono contrari alla riduzione del numero dei parlamentari approvata in Parlamento in quarta lettura lo scorso ottobre e vedono nell'iniziativa di modifica della Costituzione la convergenza di demagogici obiettivi di risparmio e di progetti di indebolimento del Parlamento che già nel 2006 e nel 2016 sono stati bocciati dal voto popolare.


In assenza di una legge elettorale proporzionale -che comunque avrebbe efficacia di legge ordinaria- e mantenendo l'elezione del Senato su base regionale, il taglio arbitrario inciderebbe sulla rappresentanza territoriale, che sarebbe pressoché esclusa in alcune regioni, annullerebbe il pluralismo democratico privilegiando poche forze politiche e determinerebbe gravi effetti su altri istituti dell'ordinamento costituzionale a cominciare dalla elezione del Presidente della Repubblica. E proprio in un periodo di forti diseguaglianze e protratta crisi economica si ridurrebbe la capacità del Parlamento di svolgere la propria funzione essenziale di rappresentanza delle varie istanze sociali e di composizione dei conflitti.


I GD ritengono necessario esprimere con un fermo NO la difesa dell'unico organo rappresentativo attraverso il quale si esprime la sovranità popolare nazionale.


Al Parlamento devono poter accedere le forze culturali e politiche che si esprimono nella società civile perché è questo il luogo dove il Paese deve essere rappresentato con ragionevole fedeltà, consentendo il confronto delle diverse posizioni chiamate a determinare la politica nazionale nel rispetto dei diritti politici di ciascuno (artt. 3, 48 e 49 Cost.) ed in attuazione dei diritti sociali ed economici (artt. da 35 a 47 Cost.) che nelle fasi di crisi economica e radicalizzazione delle disuguaglianze sono i primi ad essere sacrificati.


Per questi motivi l'Associazione Nazionale Giuristi Democratici è impegnata nella campagna referendaria affinché il 20 e 21 settembre 2020, in difesa della democrazia costituzionale, prevalga il NO ed è per questo direttamente coinvolta nel Comitato per il NO al "taglio" del Parlamento.


 


29 agosto 2020


ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIURISTI DEMOCRATICI

martedì 4 agosto 2020

L'emergenza impossibile: se un Giudice ci porta nel suo mondo

Il Giudice di Pace di Frosinone https://www.frosinonetoday.it/attualita/frosinone-multe-covid-annullate-giudice-pace.html annulla una contravvenzione ritenendo che la pandemia non rientri fra i presupposti per la dichiarazione dello stato d'emergenza essendo di natura sanitaria, determinata da "agenti virali", e quindi estranea ai casi ammessi dall'art. 7 del Codice della protezione civile D.Lgs. 1/2018 che sono solo gli "eventi calamitosi di origine naturale o derivanti dall'attività dell'uomo". Opperbacco! E quali altre cause esistono di eventi da cui difendersi? Ci aiuta Don Ferrante: "In rerum natura", diceva, "non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l'uno ne l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera".

Ora, se la sentenza del GdP dottor Manganiello è vera per come l'ho letta, siamo dinanzi ad una tesi del tutto originale e infondata, per non dire ridicola, di un giudice che contrasta con le leggi della fisica e con l'ordinamento giuridico. Gli eventi possono essere causati solo da cause fisiche, la distinzione del Codice della protezione civile non lascia spazio ad altri eventi che alcuno possa escludere: il virus è ovviamente di origine "naturale", se fosse inventato in un laboratorio sarebbe di origine umana, non può essere di origine spirituale. Inoltre lo stesso Codice, all'art. 13, pone fra gli strumenti di intervento della Protezione civile, oltre ai Vigili del fuoco e alle Forze armate, il Servizio sanitario nazionale ovviamente per far fronte a "rischi sanitari", non solo a terremoti e "sversamenti" (questo è l'unico esempio di attività umana che la scarsa fantasia del dottor Manganiello riesce a partorire). 

Tutto ciò è ovvio. Perché dirlo qui? Perché già c'è chi grida vittoria dinanzi a questa cialtronata. Che continuo a sperare che sia una finzione, una finta sentenza costruita ad arte. E perché nella stessa sentenza si dicono altre cose: si dice che "autorevole dottrina" costituzionalistica dice che limitazioni alla libertà personale non possono essere imposte da Dpcm e si riferisce espressamente a quanto sostiene Sabino Cassese (e questo è in parte condivisibile, anche se i decreti legge da marzo in poi hanno contenuto norme più dettagliate tanto che si può ritenere che le limitazioni siano di livello primario, non lasciate ai Dpcm); si dice poi che i limiti alla libertà di movimento che relegavano in casa avrebbero potuto essere emanati solo dall'autorità giudiziaria e qui si confonde la libertà di circolazione art. 16 con la libertà personale art. 13 che è limitazione con la forza, non un semplice "divieto" che in caso di violazione espone solo al pagamento di una sanzione; ma il discorso sarebbe lungo e in questi mesi si è letto di tutto. Il giudice cita anche la Cina come ispirazione dei Dpcm.

Non solo: i divieti di circolazione ecc. non fondano sullo stato d'emergenza, che riguarda e mobilita la Protezione civile, non i cittadini, ma sui Decreti legge e sui Dpcm. Quindi dalla illegittimità della dichiarazione dello Stato d'emergenza non discenderebbe nessuna illegittimità dei divieti.

Ciò non toglie ovviamente che le contravvenzioni inflitte in questi mesi siano spesso infondate e che gli stessi Dpcm siano per alcuni aspetti illegittimi, specie i primi emessi che in modo autonomo e senza una preventiva e specifica indicazione con norma primaria (come il Decreto legge) avesse indicato il comportamento vietato. 
Continuo a sperare che sia una bufala ben congegnata.

La sentenza si legge qui: https://www.iltempo.it/politica/2020/08/01/news/lockdown-coronavirus-governo-giuseppe-conte-stato-di-emergenza-limiti-costituzione-giudice-di-pace-frosinone-sentenza-illegi-24066875/

mercoledì 29 luglio 2020

Emergenza, "stato di emergenza", costituzione

La dichiarazione d'emergenza del 31.1.2020 seguì l'emergenza globale dichiarata dall'OMS, scadrebbe il 31 luglio, il governo intende prorogarla fino al 15 ottobre. Si tratta quindi di confermare i poteri di ordinanza, soprattutto, di cui agli articoli 24 e 25 del D.Lgs. n. 1 del 2018: poteri che consentono di operare in deroga all'ordinamento, ma nel rispetto dei principi fondamentali ("in deroga ad ogni disposizione vigente, nei limiti e  con  le  modalità indicati nella deliberazione dello stato di emergenza e nel  rispetto dei  principi  generali  dell'ordinamento  giuridico  e  delle  norme dell'Unione europea" dice l'art. 25).

Ci sono i presupposti? Più che di presupposti dell'emergenza, concetto vago e troppo ampio, ovviamente l'emergenza pandemica non è più del grado del marzo 2020, ma è più grave di quello che si registrava al 31 gennaio quando si temeva solo lo scoppio di focolai in Italia: allora si voleva avere gli strumenti per intervenire tempestivamente in caso di necessità; piuttosto bisogna allora chiederci, più in concreto e dopo l'esperienza dell'emergenza, se ci sono i presupposti per adottare o confermare provvedimenti che, senza l'emergenza, sarebbero vietati dalla legislazione ordinaria. Il presidente Conte ha fatto un elenco nel suo intervento al Senato: "l’allestimento e la gestione delle strutture temporanee per l’assistenza alle persone risultate positive; l’impiego del Volontariato di protezione civile; il reclutamento e la gestione di task force di personale sanitario a supporto delle strutture regionali e - attenzione - degli istituti penitenziari; la prosecuzione dell’attività relativa al numero verde 1500 per l’assistenza alla popolazione; il pagamento dilazionato delle pensioni presso gli Uffici postali per evitare assembramenti; l’attribuzione all’Istituto superiore di sanità della sorveglianza epidemiologica; l’attivazione del sistema CROSS, forse non ne riconosciamo comunemente l’importanza, CROSS sta per “Centrale operativa remota di soccorso sanitario”, in caso di mancanza di posti letto nei reparti di terapia intensiva in una Regione ... quella che consente di noleggiare navi per la sorveglianza sanitaria dei migranti."
E cesserebbero tutte le attività e le cariche legate al funzionamento della protezione civile in stato d'emergenza. E dovrebbero essere riviste tutte le misure che scadono con il cessare dello stato d'emergenza.

Tutte misure che hanno, visto il felice e importante calo di malati gravi e contagiati in genere, una minore ragion d'essere, ma sono comunque non "limitazioni" ai cittadini, ma strumenti d'intervento che si attivano in caso di necessità. 
Tutti i provvedimenti che invece limitano gli assembramenti e spostamenti (soprattutto distanziamento sociale e viaggi all'estero) sono invece adottati da diversi Decreti Legge e conseguenti Dpcm che nell'emergenza hanno una premessa di fatto, ma non una giustificazione normativa. Ovviamente limitare la libertà di circolazione e riunione, nelle varie forme immaginabili, per tutelare la salute è legittimo, se invece la salute non fosse minacciata dall'assembramento, sarebbe illegittima la limitazione. 

Sulla legittimità dello stato d'emergenza, quindi, ritengo che il discorso sia facile da fare e senza coinvolgere la costituzione e i principi dell'ordinamento. Fra l'altro nella risoluzione votata in senato c'è l'impegno del governo ad adottare eventuali limitazioni di libertà fondamentali con norma primaria, non con Dpcm (e su questo gli sbreghi ad inizio epidemia ci furono).

Resta però un piano che non vedo affrontato: quello della legittimità del T.U. sulla protezione civile che dà poteri di intervento in deroga forti e con termini molto ampi, e sullo specifico uso che se ne fa. Le discussioni ai tempi delle emergenze berlusconiane (G8, terremoto dell'Aquila, festeggiamenti del 150° dell'unità d'Italia, ecc.) giustamente mettevano in risalto (la normativa precedente al 2018 era simile) il vuoto di diritto conseguente all'attribuzione di poteri speciali alla Protezione civile che così poteva decidere e affidare lavori, progetti, modifiche e deroghe, forniture, assunzioni di amici e parenti. 

Ma non è questo oggi il tema, nessuno lo solleva, si grida al furto di libertà. E allora il bersaglio deve essere un altro, non la proroga, ma le singole norme di distanziamento sociale.

Perché come dice "Vujadln Boskov" "confondere #statodiemergenza con dittatura è come scambiare parastinchi per giubbotto antiproiettile"

venerdì 17 luglio 2020

Le autostrade degli italiani

L'intesa con la concessionaria Autostrade per l'Italia pare l'esito migliore prevedibile di questa impasse: sia la revoca sia la decadenza (i cui motivi vanno dimostrati e fanno nascere enormi contenziosi) avrebbero esposto a enormi indennizzi per l'anticipata interruzione della concessione che scade nel 2038! Sono 18 anni di pedaggi mancati, dovuti anche in caso di revoca senza contestazioni, art. 9 e 9 bis della convenzione (per avere un'idea un conteggio degli incassi 2001-2017 dava 43 miliardi di euro, quindi siamo sui 50 mld almeno per un periodo superiore e con gli aumenti che sono sopravvenuti da cui vanno detratti i costi di gestione prevedibili per lo stesso periodo).
Sono 2854 km di autostrade. Lo stato spenderà per diventare azionista di maggioranza, ma incasserà i pedaggi. Restano invariate le responsabilità per danni causati dal crollo del ponte Morandi che fra l'altro sono sotto giudizio.
Se dopo il ridimensionamento di Benetton lo stato e il risparmio privato di CDP resteranno prevalenti nella gestione della principale rete autostradale si potrà avviare un indirizzo nell'interesse pubblico, invece che privato, credo che questa sia la sfida maggiore.
Da più parti giungono critiche per la mancata revoca, ma le trovo pretestuose. Fra le critiche più ragionate quelle di Paolo Maddalena - http://temi.repubblica.it/micromega-online/autostrade-il-governo-inganna-gli-italiani-e-favorisce-gli-speculatori/ - secondo il quale l'ingresso di Cdp in Aspi senza ripubblicizzare - dopo la privatizzazione del 1999 - la gestione accollerebbe debiti allo stato e favorirebbe l'ingresso di speculatori anche stranieri.
Dovrebbe infatti affiancarsi alla Cdp dei fondi stranieri, l’australiano Macquaire e lo statunitense Blackstone. Cdp annuncia di voler privilegiare operatori italiani evitando così che al ridimensionamento di Benetton segua l’ingresso di soggetti stranieri con analoghi obiettivi di lucro. Si fanno i nomi di F2i, Poste Vita, Cassa forense, Inarcassa, Unipol e Generali.
Esiti possibili e da tenere in considerazione. Senz'altro però controllare Aspi, quando sarà realizzata, è una condizione per esercitare interessi collettivi. 
Inoltre la convenzione in vigore sarà modificabile, quando le parti del contratto saranno il Ministero dell'economia con Cdp (se manterrà una quota maggioritaria o determinante) e Anas che è sì una spa, ma a capitale pubblico.

martedì 30 giugno 2020

MES tra funzioni e finzioni

Per il prestito del MES si parla per l'Italia di 37 miliardi di euro per spese sanitarie da restituire entro 10 anni. Sono 3,7 miliardi l'anno da restituire a tasso di interessi molto basso.

La Commissione europea afferma che l'attivazione del Fondo del MES non porta con sé le condizionalità ordinarie. Ma i vincoli previsti dai Trattati europei e quello istitutivo dello stesso MES sono ancora in vigore e sono accordi che emergono fra soggetti diversi e con procedure di modifica, garanzia, attuazione diverse. Il Meccanismo europeo di stabilità fu istituito nel 2012 sulla base di un Trattato intergovernativo che desse stabilità finanziaria all'eurozona attraverso l'assistenza ai paesi membri (questo è quindi uno strumento per perseguire la stabilità e non il contrario). E le istituzioni dell'UE continuano a funzionare in base ai Trattati europei.

I nuovi strumenti introdotti nel 2011-2012 per fronteggiare la crisi economica del 2007 (anzitutto Patto di stabilità, Fiscal compact e Mes) per la conduzione delle politiche economiche e finanziarie (le governance) hanno cercato di colmare i limiti del Trattato di Maastricht; e hanno trasferito competenze dal livello nazionale a quello sovranazionale; i parlamenti nazionali sono l'oggetto conteso di tali interventi in quanto le potestà decisionali in tema di bilancio e finanza statali sono fortemente ridotte. La legittimità di tali interventi di trasferimento di competenze è spesso vagliata dalle Corti costituzionali dei Paesi contraenti e membri UE, ma in queste settimane è più interessante non tanto la legittimità degli strumenti di governance, quanto la decisione politica di adottare o meno uno strumento di finanziamento che non è l'emissione di titoli nazionali - che oggi espongono al giudizio del mercato, ma non a quello della Commissione europea in quanto è stato sospeso il Fiscal compact in ragione dell'emergenza da coronavirus - ma il prestito da un fondo cui l'Italia partecipa con il 17,79 % del totale (la Germania con il 26,96 % ecc.).

E un prestito del MES entra in questo meccanismo complesso con insidie sia giuridiche sia finanziarie: provo a ricapitolare quali sono i rischi, o comunque le conseguenze politiche e finanziarie. Dopo le rassicurazioni che provengono da decisioni della Commissione Europea di rendere ordinario e non condizionato il prestito, bisogna infatti fare i conti comunque con diversi vincoli giuridici su cui gli esponenti politici che si dicono favorevoli al MES dovrebbero pronunciarsi. Ne elenco alcuni:


  1. anzitutto parlando di vincoli “interni” allo strumento MES, bisogna ammettere che questo si attiverebbe secondo i suoi fautori “senza condizioni” ed escludendo la vigilanza della Troika, ma allora la procedura sarebbe in contrasto con lo stesso Trattato istitutivo del Mes: in base ad esso l'accordo potrebbe essere quindi impugnato dall'eventuale stato sottoscrittore del Trattato MES dissenziente visto che la deliberazione del prestito può essere presa a maggioranza (art. 37 comma 3: "Se un membro del MES contesta la decisione di cui al paragrafo 2, la controversia è sottoposta alla Corte di giustizia dell’Unione europea. La sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea è vincolante per le parti in causa, che adottano le necessarie misure per conformarvisi entro il periodo stabilito dalla Corte.")
  2. inoltre il MES è un meccanismo formalmente di “finanza”, ovvero è un soggetto con sede nel Lussemburgo che presta soldi agli Stati e anche una sua decisione unanime di approvazione (che quindi non trovi contrasti interni) potrebbe nei 10 anni di vigenza del prestito provocare iniziative per ottenere garanzie di restituzione delle rate ancora da versare; ad esempio il regolamento UE 472 del 21.5.2013 all'articolo 14 prevede una “Sorveglianza post-programma” secondo cui “Uno Stato membro può essere soggetto a sorveglianza post-programma finché non avrà rimborsato almeno il 75 % dell'assistenza finanziaria che ha ricevuto da uno o più altri Stati membri, dal MESF, dal MES o dal FESF”; si consideri che i rischi legati alla “sostenibilità del debito” sono ammessi anche dai fautori del ricorso al prestito sanitario del MES che si rivolgono al giudizio positivo dato dalla Commissione sul debito pubblico dell'Italia: “gran parte del debito è emesso a tassi fissi … la maturità media è aumentata negli ultimi anni raggiungendo quasi gli 8 anni … importante quota del debito pubblico detenuta dai residenti”;
  3. resta inoltre in vigore il divieto di autorizzazione degli scoperti di conto dell'art. 123 del TUE; quindi per far fronte al debito del Mes, in caso di difficoltà, non si può fuggire verso lo scoperto, ma si deve ricorrere al debito pubblico: ci sarà ancora, allo scadere delle rate di restituzione del prestito del Mes, la sospensione del Fiscal Compact? Altrimenti il rischio è di trovarsi nella speculazione sui titoli di stato con aumento dello spread e quindi dei costi del prestito e della sostenibilità del debito; 
  4. quando nel 2011 si è istituito il MES si è voluto raccordarlo ai Trattati UE e si è approvata un'integrazione all'art. 136 TFUE (il terzo comma) che così recita: «Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità.» Si evidenzia così che l'impianto “pre-crisi” dell'Unione è ancora in vigore e i meccanismi correttivi devono rispettare dei vincoli stretti per non trasformare l'impianto liberista, non solidaristico, o sovvenzionatore, o mutualistico, ecc. pensato nel 1992; 
  5. resta poi il regolamento 472/2013 del Parlamento e del Consiglio dell'UE che, dopo aver “considerato”, con il ragionevole e consueto rigore, che “Uno Stato membro la cui moneta è l’euro dovrebbe essere soggetto a una sorveglianza rafforzata a norma del presente regolamento se è colpito, o rischia di essere colpito, da gravi difficoltà finanziarie, al fine di garantire un rapido ritorno alla normalità e di proteggere gli altri Stati membri della zona euro da potenziali ripercussioni negative”, all’art. 2 comma 3 chiede che “Se uno Stato membro beneficia di assistenza finanziaria a titolo precauzionale da uno o più altri Stati membri o paesi terzi, dal MESF, dal MES, dal FESF o da un'altra istituzione finanziaria pertinente, quale l'FMI, la Commissione sottopone a sorveglianza rafforzata detto Stato membro”; e poi all'art. 7 prescrive sempre a tutela della stabilità dei Paesi membri, un “aggiustamento macroeconomico”: “Qualora uno Stato membro richieda assistenza finanziaria da uno o più altri Stati membri o paesi terzi, dal MESF, dal MES, dal FESF o dall'FMI, esso elabora di concerto con la Commissione, che agisce d'intesa con la BCE e, se del caso, con l'FMI, un progetto di programma di aggiustamento macroeconomico integrativo e sostitutivo dei programmi di partenariato economico a norma del regolamento (UE) n. 473/2013 che comprenda obiettivi annuali di bilancio. Il progetto di programma di aggiustamento macroeconomico è rivolto ai rischi specifici che un determinato Stato membro pone alla stabilità finanziaria nella zona euro e punta a ristabilire rapidamente una situazione economica sana e sostenibile e a ripristinare pienamente la capacità dello Stato membro interessato di autofinanziarsi sui mercati finanziari”. La procedura seguita per la Grecia è nota: https://www.consilium.europa.eu/it/policies/financial-assistance-eurozone-members/greece-programme/
  6. lo scopo sanitario del prestito che sarebbe chiesto al MES è ovviamente una condizione, esso è vincolato ad un utilizzo per la sanità legato alle conseguenze dirette e indirette dell'emergenza Covid19 e in caso di violazione si apre il rischio all'intrusione delle istituzioni europee nella politica fiscale ed economica italiana, e potrebbe risiedere nell'ampiezza da attribuire alla destinazione sanitaria in una fase in cui il rischio da diffusione del coronavirus sembra attenuato; è la condizione più esplicita e preoccupa come l'uso di qualsiasi fondo europeo con vincoli di destinazione;
  7. cosa fanno gli altri stati? Non allinearsi con quanti non chiedono il prestito espone al giudizio dei mercati sotto due profili: noi chiediamo il prestito perché siamo in crisi di liquidità, o comunque in difficoltà nonostante gli altri interventi straordinari approntati da BCE, BEI ecc.; noi abbiamo interessi sui titoli (e prospettive ancora peggiori per il prossimo futuro) tali da avere un enorme vantaggio dal basso tasso d'interesse che applica il MES; e quindi abbiamo una prospettiva di spread futuro particolarmente gravosa. Rischiamo insomma di dichiarare una prognosi negativa per le nostre finanze.


Se questa è la situazione, la risposta politica deve essere alla stessa altezza. Sia il governo che l'opposizione devono farsi carico di questi scogli, invece di restare alla superficie e fare polemiche strumentali. E sia un accesso che un rifiuto del prestito sanitario del MES deve farsi carico con chiarezza delle motivazioni. La soluzione auspicabile sarebbe di rendere strutturali gli interventi mutualistici approntati o ipotizzati in via eccezionale (QE della BCE, Coronabond, Sure, sospensione del Fiscal Compact, sospensione del divieto di aiuti alle imprese nazionali, ecc.), adeguando conseguentemente i Trattati UE e FUE, trasformando lo status giuridico dell'Unione Europea da mero "sistema" di trattati internazionali a federazione con una costituzione, un debito pubblico comune, una moneta unica e una banca centrale che abbia funzione di prestatore di ultima istanza, oltre che di agente del mercato finanziario, e obiettivi di piena occupazione, oltre che, quando possibile, di stabilità monetaria (e invece oggi è il contrario).

Aule pollaio ante e post Coronavirus

... all'inizio dell'epidemia da coronavirus si minimizzava il pericolo, ma i più saggi invitavano a rispettare standard di areazione e igiene che avrebbero ridotto il contagio: non stare a lungo al chiuso con altri, areare bene i locali, giuste norme igieniche prescrivono soffitti alti e ampi e una proporzione adeguata di pareti finestrate.
Misure ben più stringenti (il lockdown) hanno avuto effetti positivi, ma non possono durare in eterno.
Il DM 18.12.1975 prevedeva per le aule scolastiche min. 3 metri di altezza, 1,8 mq ad alunno in aula (1,96 per le superiori). Poi arrivò il D.Lgs. 81/2008 (testo unico sulla sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro) che prescrive 2 mq a lavoratore: la scuola avrebbe dovuto adeguarsi, a logica. Comunque la Azzolina e Conte dicono che bisogna evitare le classi pollaio (lo si dice da decenni).
Ma il Piano scuola diffuso sabato indica 1 m. di distanza fra un alunno e l'altro: è poco? Sì anzitutto perché lascia all'autonomia delle scuole la realizzazione della riapertura "in sicurezza". E invece la responsabilità deve essere della repubblica, dice Corrado Mauceri, non del dirigente scolastico.
E poi mi pare poco, del tutto insufficiente, anzi peggiorativa perché se stai al centro di un quadrato di 1,96 mq come sarebbe prescritto dal decreto del '75 stai in un quadrato di 1,4 m di lato, quindi a 70 cm. dal bordo, più altri 70 cm. siamo a 1,40 dal bambino vicino che è ben più di 1 m di cui si parla oggi. Vuol dire dare a ciascuno un quadrato di 1 m. di lato, quindi 1 mq che dà un risultato da pollaio se lo moltiplichi per 25 alunni: 25 mq, 5 m per lato, una camera da letto. Invece 1,8 mq x 25 dà 45 mq, un quadrato di 6.7 m per lato.

venerdì 29 maggio 2020

Dialogo fra un banchiere e un viaggiatore

Dialogo fra un banchiere e un viaggiatore 
(ovvero: del dogma della stabilità della moneta e dell'indipendenza delle banche centrali)

- una Banca centrale è una sicurezza, ti salva quando sei un istituto di credito nei guai. Così tra banche centrali nazionali e BCE, vero?
- certo, è così. Così è stato in questi anni...
- E se invece è un governo anziché una banca in difficoltà finanziarie? Le banche centrali forniscono credito di emergenza anche ai governi?
- Non dove circola l'euro, qui questo sarebbe illegale!
- Illegale? E allora uno stato non può farsi aiutare dalla propria banca emettendo moneta?
- No! Se i governi potessero farsi finanziare dalle proprie banche centrali, queste non sarebbero più indipendenti...
- eh , ma svolgerebbero una funzione essenziale per la popolazione, per le imprese, i lavoratori...
- ma sarebbe una funzione inflattiva! Le banche centrali devono salvaguardare la moneta
- ... non la gente?
- non è una priorità. Se i governi, che rappresentano la gente, potessero richiedere finanziamenti alle banche centrali, salterebbe il loro compito di mantenere stabili i prezzi e salterebbe la loro indipendenza. 
- e dove sta scritto che questa sia una priorità?
- nel Trattato per il funzionamento dell’Unione europea che espressamente vieta il finanziamento dei governi da parte della Banca centrale europea e delle banche centrali nazionali.
- non mi sembra giusto...
- ma è così!
- anche in tempi di crisi, cioè quando ci sarebbe bisogno di usare la moneta per riprendersi?
- soprattutto!