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martedì 24 febbraio 2015

Un impegno straordinario / 1

Lo scivolamento verso destra delle società organizzate intorno a sistemi formalmente democratici, ma in cui la formazione delle opinioni è falsata per la profonda ignoranza generale, ma in specie delle dinamiche politico economiche, e per la parzialità e manipolazione dell'informazione è fatale. 
Destra vuol dire risposte demagogiche e politiche liberiste e di deregolamentazione, vuol dire favore e non contrasto e correzione delle dinamiche di concentrazione del potere e della ricchezza. 
Attuare politiche di destra vuol dire fare l'opposto di quanto la maggioranza consapevole chiederebbe, nel proprio interesse, nell'interesse della collettività. 
L'astensione è già un segnale di consapevolezza, purtroppo: solo in parte si rinuncia a capire o si resta semplicemente delusi dalla contraddittorietà tra promesse e azioni concrete, in gran parte si constata che le dinamiche della rappresentanza democratica sono così falsate, distorte, da rendere inutile il voto ai soggetti del cambiamento rivoluzionario, inteso come redistributivo ed egualitario.
 La deriva autoritaria - antidemocratica, antirappresentativa, oligarchica - non è solo la creazione di uno strumento docile di comando, la garanzia di poter governare a dispetto del consenso e del dibattito, è anche la risposta demagogica che promette governabilità ed efficacia e vince suo malgrado costringendosi a darsi strutture antidemocratiche, nonostante che il consenso sia ormai domato e potrebbe concedere rappresentanza di volontà libere perché comunque conformi, accondiscendenti.
Destarsi da questa ossidazione e putrefazione della spinta evolutiva della democrazia, riscattare le potenzialità del pluralismo e della dialettica democratica, è un dovere morale, un'esigenza spirituale che può giustificare impegni straordinari di moltitudini non insignificanti, ma disperse, incapaci di riunirsi in un'unica impresa perché abituate alla diffidenza e al libero pensiero e prive di organizzazioni autorevoli in cui investire tempo e volontà.

domenica 15 febbraio 2015

Libia: abbiamo già fatto molti errori

I senussiti di Cirenaica: un libro ancora fondamentale del grande antropologo inglese E.E. Evans Pritchard. La mia sintesi un po' brutale è che l'invasione e le deportazioni del periodo della colonizzazione italiana 1911-1943 hanno costretto la popolazione cirenaica a rinforzare e coagularsi attorno alle confraternite religiose, unica forma di organizzazione sociale residua, dando anche alla resistenza un significato religioso. Omar Al Muktar era a capo di una nobile confraternita, sia chiaro, niente a che fare con i tagliagole dell'Isis. Ma temo che ipotizzare un intervento militare in Libia contro l'ISIS rischierebbe di riprodurre le stesse dinamiche resistenziali, anche perché di nuovo esisterebbe solo l'alternativa colonizzatore-integralisti, visto che le dinamiche tribali e gli interventi Nato hanno fatto fuggire metà della popolazione e distrutto ogni organizzazione statale.

venerdì 6 febbraio 2015

Satira: "quid vetat me ridentem dicere verum?"

pubblico un brano di un bell'articolo di Vincenzo Carbone (credo sia lui indagato per l'assegnazione del processo Berlusconi accusato di aver spostato senza giustificato motivo la causa Mondadori dalla sezione tributaria alle sezioni unite della Suprema Corte in cambio di un incarico di prestigio dopo la pensione, ma questo non diminuisce il pregio dello studioso).
Aggiungo solo un esempio per evitare confusioni: quando Calderoli apostrofa il ministro Kyenge come "orango" non fa satira, quindi non può essere svincolato dai limiti posti al diritto di critica, ma non al diritto di satira: la prima deve attenersi al vero e all'interesse pubblico, la satira non ha certo questi limiti; ma non basta: Calderoli dileggia in modo ingiurioso una persona per ragioni estranee - anche - al mandato parlamentare, pertanto dovrebbe esser ritenuto perseguibile. Poi toccherebbe certo alla magistratura decidere se quelle affermazioni sono reato, ma non credo proprio che spettasse al parlamento negare l'autorizzazione a procedere usando le giuste prerogative parlamentari per proteggere un dileggio che di politico, di connesso al mandato parlamentare, non ha niente. C'è un livello ulteriore da valutare: la "istigazione all'odio razziale", che credo si aggiunga e non sostituisca la fattispecie generale dell'ingiuria.

L'articolo che copio in parte qui sotto è uscito su "Danno e Responsabilità" nel 2001 a commento della sentenza della Corte di Cassazione, III sezione civile, 7 novembre 2000, n. 14485 che trattava del caso di Bruno Vespa che si è sentito offeso da Giuliano Pansa che lo apostrofò come "coniglietto mannaro", come sintetizzato nelle massime, affermò: "Nell'esercizio del diritto di satira politica, il limite della continenza può ritenersi superato quando nello scritto vengano poste in dileggio le fattezze e le qualità strettamente personali della persona, senza alcun nesso col contenuto "politico" dello scritto"
"Il limite della continenza verbale, il cui superamento rende illecito l'esercizio del diritto di critica, va osservato anche nell'esercizio della critica politica, se pure in questo caso possa essere valutato con minor rigore, e tenendo conto della circostanza che la critica politica è per sua natura caratterizzata dall'asprezza dei toni." Però sembra che la Cassazione, come osserva Carbone in altra parte del saggio, faccia confusione tra critica e satira.

Si può mettere la mordacchia alla satira?
di Vincenzo Carbone
L'ubi consistam della satira
Con questa decisione si ribadisce quel trend giurisprudenziale di legittimità poco incline a comprendere e valutare la satira (1) , nonostante l'insegnamento di Giovenale: difficile est satiram non scrivere (2) .... si natura negat, facit indignatio versus qualemcumque potest (3) .
Sembra quasi che l'austerità un po' grigia, un po' polverosa del Palazzaccio metta in fuga quella che è l'essenza della satira: la rottura dei criteri di razionalità e di perbenismo (4) , «mediante un colpo basso che ti arriva addosso all'improvviso» (5) . Manca lo specchio dove gli osservatori vedono deformate le facce degli altri tranne che la loro (6) .
Il successo di una battuta satirica è indice e misura della sua validità, in quanto il vero giudice della satira è il pubblico che non la capisce, perché parafrasando Giulietta nel dialogo con Romeo, «se una rosa è chiamata con un nome diverso non profuma più» (7) . Ma se la satira è valida e approvata cum laude , il criterio di validità non può non costituire, come rilevato dai giudici di merito, agli inizi degli anni novanta, efficacia scriminante. Efficacia scriminante perché la satira è un diritto soggettivo di rilevanza costituzionale, rientrante nell'ambito di applicazione dell'art. 21 Cost. oltre che degli artt. 9 e 33 che tutelano la libertà di espressione del messaggio culturale ed artistico, anche in sede di spettacolo o manifestazione artistica, tale da raggiungere elevati livelli creativi ed estetici (8) . Efficacia scriminante in quanto il diritto di satira, a differenza del diritto di cronaca e di quello di critica, non assume l'informazione come proprio obiettivo primario o anche solo concorrente ma in coerenza con la propria natura realizza l' intrusione nel privato infrangendo la notorietà del personaggio messo alla berlina, stabilendo un circuito di intesa tra la satira e il pubblico, in base ad un nesso di coerenza causale tra la «qualità» della dimensione pubblica del personaggio ed il contenuto artistico espressivo sottoposto ai percettori del messaggio (9) .
La satira come espressione rilevante del momento artistico della manifestazione del pensiero (10) non può obbedire ad alcun canone di razionalità espressiva né essere commisurata a parametri astratti di adeguatezza. La sua razionalità, all'opposto, sta nell'essere condotta con moduli fittizi ed irrazionali, scandita su sequela di elementi «finti» o «esagerati», al dichiarato scopo di irridere il personaggio o la vicenda.
La satira desta attenzione e ilarità, e a volte sorpresa, perché intende shockare gli ascoltatori, accostando concetti elevati e banali con toni pungenti, ironici, mordaci, sarcastici, irriverenti, iconoclastici (c.d. anticlimax) (11) . L'utilizzazione di una vis comica innata costituisce il mezzo ma non il fine, a differenza del genere burlesco o frizzante, in quanto quel che rileva è l'intima, raffinata consapevolezza di una forte intelligenza, spinta dall' indignatio , che riesce a vedere oltre la siepe davanti alla quale si fermano gli altri comuni mortali «non indignati» (12) .
Alla funzione originaria della satira che castigat ridendo mores combattendo il malcostume e la corruzione presente nella società o l'ascesa al potere di nuovi ricchi o di nuovi potenti (13) , se ne è aggiunta un'altra più moderna che ha di mira soprattutto i nuovi status symbol , atteggiamenti o comportamenti, ispirati al consumismo, al successo economico che tralasciano o dimenticano fondamentali valori umani. Valori che hanno trovano nella satira validi difensori: quid vetat me ridentem dicere verum? (Orazio) (14) o «ridere e beffarsi essere medicina certissima del vivere comune» (Boccaccio) (15) .
In questa prospettiva di evoluzione se non di cambiamento va collocato l'evolversi della satira che, grazie alla potenza e alla diffusione dei mass-media , ha perso quel carattere sfrenato da «fescennino», a volte licenzioso e ruvido, se non volgare, sviluppandosi positivamente. Infatti satira e caricatura per essere lecite, oltre che accettate devono avere lo spessore di elevati livelli creativi, di raffinati profili estetici, di un tocco di gradevole sens of humour . La satira dei mass media è satira borghese , meno sguaiata e volgare, meno aggressiva e spregiudicata, divenuta toothless , elegante e raffinata che non morde, né addenta e tuttavia se evita agli autori, bastonate e olio di ricino, non riesce a scongiurare condanne penali o risarcimento dei danni sulla base dell'attuale orientamento interpretativo fortemente repressivo.
Infatti, sebbene i giudici di primo grado per lo più riconoscano che la satira, detta anche l'arma incruenta del sorriso, abbia la funzione positiva di «moderare i potenti, smitizzare ed umanizzare i famosi, umiliare i protervi», o che «lo scherzo, la risata, il comico, l'umorismo in genere, stemperano la gravità di qualsiasi evento e di qualunque affermazione», (16) tuttavia nei gradi successivi di giudizio, la situazione spesso si capovolge e la satira diviene fonte del risarcimento dei danni, specie se il target è un uomo politico anche al di fuori dell'attività parlamentare (17) , o un partito (18) , o un giornalista (19) o un soggetto pubblico più meno importante, ma con le dovute differenze della casistica per cui dare dell'Azzeccarbugli ad un avvocato è satira con efficacia scriminante (20) , ma la situazione si capovolge se l'espressione è rivolta ad un magistrato (21) che non può essere paragonato, tanto per restare in tema, neppure a Don Abbondio (22) .
(...)
______
note
(1) La parola nasce come forma femminile dell'aggettivo satur per sottolineare l'abbondanza, la pienezza o anche la completezza di una poesia con versi buffi ironici e graffianti o di un piatto stracolmo di primizie offerte agli dei o infine una lex satura di allegri e vivaci componimenti poetici. Quest'ultimo concetto è utilizzato da Knoche, La satira romana, traduzione italiana di Torti, Brescia, 1979, 20; sul punto, Campos, La satira latina, in Introduzione allo studio della cultura classica, Milano, 1972 , vol. I, 295, nonché l'ampia trattazione di Balestra, La satira come forma di manifestazione del pensiero, Milano, 1998.
(2) Satira I, verso n. 30 in Giovenale, Le satire, a cura di Vitali, Bologna, 1979, vol. I, 6.
(3) Se pur natura non mi fe' poeta, l'indignazione suggerisce i versi, quali io so farli: libera traduzione dei versi 79 e 80 della satira prima: Giovenale, Le satire, cit., vol. I, 10.
(4) Dominichelli, La satira è de-costruttiva (de-compositiva), in Brilli, Dalla satira alla caricatura, Bari, 1985, 179.
(5) Il concetto di Eco è riportato da Pret. Roma 4 marzo 1989, in Dir. informazione e informatica, 1989, 528, con nota di Corasaniti, Libertà di sorriso, nonché in Alpa, Bessone, Carbone, Atipicità dell'illecito, vol. II, Milano, 1993, 164.
(6) La battuta è di Jonathan Swift (Dublino, 1667-1745), noto come l'autore de I viaggi di Gulliver, inserita nell'eroicomica Battaglia dei libri, un contributo alla polemica degli antichi e dei moderni, scritta nel 1697 in difesa di un saggio di Temple (Saggio sulla cultura antica e moderna, 1690).
(7) Gilmore, Products Liability: A Commentary, in 38 Univ. Ch.L.Rev., 1970, 109. Nel testo originario, invece, Giulietta chiede a Romeo di rinunziare al nome perché «una rosa anche chiamata con un'altra parola conserverebbe lo stesso odore soave»: Shakespeare, Romeo e Giulietta, atto II, scena seconda, in Tutte le opere, Firenze, 1964, 301.
(8) La citata decisione Pret. Roma 4 marzo 1989, in Dir. informazione e informatica, 1989, 528, con nota di Corasaniti, Libertà di sorriso, nega nel caso Tognazzi la richiesta tutela cautelare.
(9) Pret. Roma 16 febbraio 1989, in Foro it., 1990, I, I, 3038, con nota di Chiarolla, Satira e tutela della persona: il pretore e la «musa infetta», nonché in Alpa, Bessone, Carbone, Atipicità dell'illecito, vol. II, 170. In questo caso la tutela cautelare è concessa per difetto del nesso di coerenza causale tra la «qualità» della dimensione pubblica del personaggio ed il contenuto artistico espressivo: «non perché non possa il comico dare dell'imbecille ad un personaggio noto, ma perché, se tale è il suo obiettivo satirico, ha il dovere di riferirsi specificamente a qualità, vizi, difetti e prodotti di quel personaggio, traendo da essi, con aperta e coraggiosa lealtà, gli spunti essenziali della sua vis comica, instaurando con il pubblico l'anzidetto «circuito d'intesa» su oggetti noti».
(10) Significativo il «pamphlet» di Zeno Zencovich, Alcune ragioni per sopprimere la libertà di stampa, Bari, 1995, ove opportunamente si distingue tra informazione, intesa come prodotto-contenuto, e mass-media, come strumenti che consentono la veicolazione dell'informazione e si rileva che la libertà di stampa è troppo importante per essere lasciata solo ai professionisti della vendita di notizie.
(11) Sull'anticlimax, come brusco accostamento di concetti opposti come sacro e profano, serio e faceto, raffinato e volgare, Highet, The anatomy of satire, 1962, 18.
(12) È il c.d sentimento del contrario teorizzato nel saggio del 1908 da Pirandello, L'umorismo, III ed., Milano, 1990, 135. Nella prefazione all'Enciclopedia della satira politica, di Panorama, 1978, 3, Pertini ricorda di non esser stato mai ferito da una vignetta satirica; anzi tutte le mattine esaminava attentamente gli attacchi satirici in modo da poter correggere eventuali errori.
(13) Perché non ricordare Aristofane che innamorato della vecchia Atene cercò di ridicolizzare l'ascesa dei nuovi ricchi: Barbero, Civiltà della Grecia antica, vol. 2, Milano, 1995, 335. Sui rapporti tra la satira greca e quella romana, Balestra, op. cit., 4.
(14) Che opportunamente si domanda: chi può vietare di dire la verità ridendo?: Orazio, Satire, I, 1, 24-25, Padova, 1949, 17. Ma diffusa è anche l'altra versione «quamquam ridetem dicere verum quid vietat?», Orazio, Satire ed epistole, Milano-Messina, 1950, 7.
(15) Boccacio, che non è un autore giuridico, come tale non citabile ai sensi del comma 3 dell'art. 118 disp. att. c.p.c. viene espressamente richiamato e virgolettato dalla ricordata decisione di Pret. Roma 4 marzo 1989, in Alpa, Bessone, Carbone, Atipicità dell'illecito, vol. II, 170 e in Foro it., 1990, I, I, 3038.
(16) Confrontate in motivazione le citate decisioni di Pret. Roma 4 marzo 1989, in Dir. informazione e informatica, 1989, 528, con nota di Corasaniti, e Pret. Roma 16 febbraio 1989, in Foro it., 1990, I, I, 3038, con nota di Chiarolla, entrambe in Alpa, Bessone, Carbone, Atipicità dell'illecito, cit. vol. II, 164 e 170.
(17) Guareschi fu condannato per aver raffigurato Einaudi passare in rassegna corazzieri e bottiglie di Nebbiolo (Cass. pen. 3 marzo 1952, Guareschi, in Rep. Foro it., 1952, v. Presidente della Repubblica, n. 2 e 3) e, più di recente, la condanna dei giudici di merito romani secondo cui la trasmissione Va pensiero, ispirata allo scandalo delle «carceri d'oro», ha danneggiato l'identità di un partito politico, il P.s.d.i., Trib. Roma 26 giugno 1993, in Dir. informazione e informatica, 1993, 985; in Giur. it., 1994, I, 2, 341 con nota di Giampieri, Satira e reputazione del partito politico.
(18) Sull'applicazione dell'esenzione soggettiva di cui all'art. 68, comma 1, Cost. , non modificato sul punto dalla legge cost. 9 ottobre 1993, n. 3, Cass. 5 maggio 1995, n. 4871, in Corr. giur., 1995, 1392, con nota di Catalano; Cass. 7 febbraio 1996, n. 982, con nota di Chiarolla, in questa Rivista, 1996, 456, nonché le sentenze di merito App. Roma 16 gennaio 1991, in Foro it., 1992, I, 942 e Trib. Roma 7 novembre 1986, ivi, 1988, I, 587. Ancora sui riflessi giornalistici, App. Napoli 12 giugno 1992, in Corr. giur., 1993, 198 con nota di Canepa.
(19) È ormai abitudine attaccare sul versante giudiziario giornalisti e direttori di testate con richieste di sentenze di condanna per diffamazione o per risarcimento del danno che trovano ascolto sul versante giudiziario: «Quereliamo anche noi ...» è il titolo dell'Espresso n. 47 del 27 novembre 1997, 75.
(20) Per Trib. Monza 17 gennaio 1992, in Dir. informazione e informatica, 1993, 132 secondo cui la qualifica rivolta ad un avvocato di «Azzeccagarbugli di turno» non è lesiva perché assume solo il significato non diffamatorio di «soggetto cavilloso».
(21) La qualifica di Azzegarbugli, riferita ad un magistrato, costituisce espressione di palese disprezzo verso le formalità del processo: Pret. Roma 31 ottobre 1991, in Dir. informazione e informatica, 1993, 134. Sulla repulsione del Manzoni per i giuristi in genere, Cattaneo, Carlo Goldoni e Alessandro Manzoni, Milano, 1991, 180.
(22) Trib. Milano 27 dicembre 1995, in questa Rivista, 1996, 225, con commento di Casentino, La tonaca di don Abbondio e la toga del magistrato.

mercoledì 21 gennaio 2015

Rapina a mano armata

Un parlamento eletto con il Porcellum, una legge dichiarata incostituzionale 13 mesi fa dalla Corte Costituzionale, sta approvando, con modalità poco rispettose delle minoranze e della buona procedura, una legge elettorale con liste bloccate (seppure non per tutti i seggi) e premio di maggioranza (seppure con soglia di accesso al 40%). Sono gli stessi difetti del Porcellum, seppur addolciti. Apparentemente: almeno il meccanismo del premio alla lista, anziché alla coalizione, rende gli accordi da alleanze scoperte nascosti e ricattatori accordi fra segreterie e capi locali (v. Floridia, il Manifesto 16 gennaio).
La stanno approvando in tutta fretta, prima di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica: il ruolo del PdR non è insignificante, potrebbe cominciare a parlare di riforme, potrebbe non promulgare la legge e rinviarla alle camere con messaggio motivato proprio su questioni di costituzionalità.
Invece ad approvare l'Italicum, almeno in un ramo del parlamento, a poltrona del Quirinale vacante si hanno molti meno problemi. Ma non solo: con la garanzia di avere parlamentari nominati si ha anche la garanzia di avere un partito (il PD e non solo) compatto nel sostenere le scelte della segreteria/governo, ovvero del centro di potere che deciderà la composizione delle liste. E la scelta prossima più importante è appunto la scelta e l'elezione del nuovo Presidente della repubblica.
Con Berlusconi capo esplicito della maggioranza si è gridato al golpe per meno, per semplici dichiarazioni. Adesso si sta formalizzando una presa del potere da parte di un accrocchio di interessi che non ha altro progetto che distruggere il pluralismo e l'accessibilità democratica delle istituzioni per la determinazione di politiche diverse, quali che siano.

venerdì 16 gennaio 2015

Guardiamo indietro, dove abbiamo fatto bene.

Terrorismo: ci siamo interrogati sul confronto di civiltà, sappiamo che l'eccidio di Parigi ci mette in discussione. Ci fa sentire orgogliosi di stare dietro quelle penne irriverenti e scomode, però poi ci ricordiamo che la civiltà occidentale non solo non è tutta libertà di pensiero, ma non è solo quello, è stata anche intollerante, imperialista, aggressiva, colonialista.

Eppure questi terroristi sanguinari e idioti uccidono per le offese recate ad Allah, uccidono vignettisti, un economista e un agente di polizia e anche qualche ostaggio, mica uccidono per vendicare le Crociate del XIII secolo, o la guerra d'Etiopia del 1936, o quella in Iraq del 1991 o affronti reali. Però sono anche delinquenti comuni pagati da fanatici, non nascono integralisti violenti, sono il braccio armato di organizzazioni solide e deliranti pagate da sfere malate del medio oriente. Che se volessero prenderebbero di mira il ministro della difesa francese, o inglese, invece ordinano di colpire la satira iconoclasta.

E infatti è Bergoglio che darebbe un pugno - e avrei detto lo stesso se avessi la papalina bianca in testa - e si mostra defensor fidei modernissimo, difende qualunque fede (meglio di così), ma anche antichissimo: perché così ipotizza il conflitto tra fedi e società laica, non tra fede e fede come vorrebbero gli estremisti nostrani.

Bene, il terrorismo sta lì, mostruosamente enigmatico, e ci illude di farsi prendere, sfuggendo comunque, da due parti: davanti e di dietro. Davanti ci sono gli effetti del terrorismo, la paura, la guerra politico-vendicativa, la sicurezza cercata per cacciare la paura, la rinuncia alla libertà in nome della tranquillità, davanti c'è comunque, anche quando ci illudiamo di averlo sconfitto, la vittoria del terrorismo. E il nostro affanno di società deboli dinanzi al terrorismo. Perché la risposta efficace contro il terrorismo non esiste, oppure se ci fosse sarebbe di una violenza e di una repressività che negherebbero i nostri dichiarati ideali, le nostre democrazie più della rinuncia al diritto d'espressione.

Dietro e prima ci siamo noi che non vogliamo il terrorismo, ci sentiamo nemici di chi ci minaccia la torre Eiffel, che non possiamo solidarizzare con i terroristi, ma cerchiamo di disinnescare il pericolo pensando che le armi siano culturali, fatte di dialogo, di diritti umani e di laicità, ma anche di tolleranza.

Bene, davanti e dietro, o prima e dopo, credo che se pensiamo di "dare risposte" all'emergenza sbagliamo comunque. Credo che l'unica cosa seria che si possa fare, prima e dopo ogni attentato - perché attentati ci saranno ancora - sia fare sul serio quello che l'Occidente ha dichiarato quando ha pensato di aver vinto sui propri errori, sulla violenza, sulle ingiustizie, sulla guerra, non quando siamo stati sconfitti dal nemico, minacciati dall'invasore, offesi dall'altro e abbiamo rizzato il pelo per dimostrazioni di forza.

Ripartire dalla federazione mondiale di Kant, o dalla Carta dei diritti umani del 1948, dal Concilio Vaticano II, guardare indietro dà più garanzie che guardare avanti con la testa vuota e la pressione alta.

lunedì 5 gennaio 2015

Salva Berlusconi e l'anima mia

Il patto del Nazareno, o le mille altre intese segrete o pubbliche tra Renzi e Berlusconi, conterranno anche di peggio. Senz'altro il metodo ora mafioso, ora padronale, ora dispotico con cui entrambi hanno governato il Paese è confermato quotidianamente, non abbiamo bisogno di altri esempi. Solo esibire disprezzo per questa concentrazione di nequizie, per queste cornucopie del degrado, placa un po' la rabbia che viene dall'esser presi così per il culo.

ora ammette candidamente:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/05/salva-berlusconi-confessione-renzi-norma-lho-fatta-inserire/1314504/

ma nei giorni scorsi:
http://www.huffingtonpost.it/2015/01/05/berlusconi-renzi-salva-silvio-4-giorni_n_6416274.html
"Per capire quale sia la “manina” o la “manona” che ha avuto mandato di scrivere la norma “salva-Berlusconi” occorre riavvolgere la pellicola del nastro al 20 dicembre, quando a palazzo Madama, nella notte, Forza Italia vota una sorta di salva-Renzi, consentendo cioè al governo di non andare sotto sulla legge di stabilità e poi di incardinare la legge elettorale secondo i desideri di palazzo Chigi. E poi occorre seguire il film fino al 24, quando – guarda caso dopo il consiglio dei ministri della salva-Berlusconi – i due contraenti del “patto del Nazareno” si sentono per telefono per gli auguri. Già, per gli auguri.
In mezzo, tra il 20 e il 24, c’è l’intervista di Berlusconi a Repubblica, in cui per la prima volta l’ex premier apre a uno di sinistra al Colle: “Il problema – dice – non sono le radici politiche. Ma che sia un presidente della Repubblica equilibrato, un garante”. Parole su cui arriva, pronto, il segnale di Renzi. Il quale la sera stessa, ospite da Fabio Fazio, chiede al Pd di non “ostacolare”. E poi al Messaggero rivendica l’inscalfibilità del Nazareno: “Berlusconi – dice Renzi – è stato decisivo nel votare convintamente nel 1999 Ciampi e nel 2013 Napolitano. Non vedo alcun motivo per cui dovrebbe star fuori stavolta”.
Fuori dalla proiezione del film, visibile per tutti e che in parecchi dentro il Pd stanno rivendendo in queste ore, ci sono le scene più “hard”, meno proiettabili. Perché fin qui, siamo alla dinamica politica che attiene il Quirinale e le riforme. Il non detto è il prezzo vero del Nazareno. Ovvero l’agibilità politica di Berlusconi. Sia Gianni Letta sia, soprattutto, Denis Verdini i cui contatti con Luca Lotti sono quasi quotidiani dopo la famosa notte del 20 assicurano a Berlusconi che Renzi è ben consapevole del “regalo” fatto da Forza Italia che, a sua volta, avrebbe mandato un “segnale”. “Segnale che arriverà” sono proprio le parole che usa l’ex premier per spiegare ai suoi l’atteggiamento morbido verso Renzi su ogni dossier e che spiegano quello che, anche nella cerchia ristretta, notano come un buon umore insolito tra Natale e Capodanno.
E qui siamo alla parte del film che va in scena nelle stanze del governo, dove prende forma “il segnale”. Raccontano oggi fonti del Tesoro che l’irritazione di Paodan e delle sue strutture è davvero tangibile. Perché hanno avuto l’effetto del classico sale sulla classica piaga le parole indirizzate da Stefano Fassina al Tesoro: “Non esiste che il ministro e il ministero si facciano infilare una norma del genere durante il consiglio dei ministri. Non è un dettaglio, quindi ci sono due possibilità. Il ministro era d’accordo oppure non se ne era accorto”. È la seconda che ha detto: non se ne era accorto. Semplicemente perché non poteva accorgersene. Chi ha parlato con il viceministro Casero in queste ore, visibilmente contrariato anche lui, è arrivato alla conclusione che la “norma salva Berlusconi” sia stata inserita nel testo a consiglio dei ministri concluso. E a consiglio dei ministri concluso una norma del genere può essere inserita solo dal dipartimento degli affari giuridici di palazzo Chigi con la copertura politica del premier. Ovvero da Antonella Manzione, ex capo dei vigili urbani di Firenze, la fedelissima che risponde solo a Renzi e Luca Lotti.

Dunque, il segnale “salva-Berlusconi” si è materializzato dopo la riunione del governo e prima dei contatti natalizi tra il premier e Silvio Berlusconi, approfittando - sussurrano i maligni - del fatto che i giornali non sarebbero usciti per due giorni. Anche perché, spiegano fonti del Tesoro, il testo originario in pre-consiglio era “perfetto” per tutti. E sarà forse anche perché ha fiutato l’irritazione del Tesoro che Renzi alla fine della giornata di ieri ammette che c’è una sua responsabilità. Proprio però nella gestione del caso in parecchi vedono un segnale inquietante da parte del premier: “La proposta tornerà prima in Consiglio dei Ministri, poi alle Commissioni, quindi di nuovo in Consiglio per l’approvazione definitiva entro i termini stabiliti dal Parlamento e cioè entro marzo 2015” ha fatto sapere palazzo Chigi. Significa che la discussione è sospesa e rinviata a dopo le elezioni del Quirinale. Anche questo è un segnale verso Arcore. Perché il cuore del Nazareno è l’agibilità politica di Berlusconi."

domenica 4 gennaio 2015

Con viva e vibrante soddisfazione

Credo che il presidente Giorgio Napolitano meriti tutto il sofferto disappunto, l'accorata censura e la convinta avversione di chi avrebbe voluto un presidente che rispettasse e difendesse la costituzione. 

Esprime invece viva e vibrante soddisfazione con moti di compiaciuto giubilo, oggi, chi grazie alla sua attenta guida ha promosso il cristallizzarsi per tre anni di governi delle larghe intese che distruggono l'economia e la democrazia in Italia. 

Tutti gli altri non hanno capito, o non gliene frega, nulla. 

Il partito che spera in un prossimo presidente che si opponga ai caratteri più odiosi del renzismo e del berluconismo è trasversale nel paese e merita stima e sostegno, ma è un'esigua minoranza in parlamento ed è lì che si eleggerà il prossimo presidente. 

Pertanto... auguri!

Ed ecco qui il mio piccolo discorso anti-presidenziale di capodanno a radio 3 (dal min. 48), m'hanno chiamato dopo che gli avevo inviato il post retorico qui sopra:
http://shar.es/1HJh1g

giovedì 11 dicembre 2014

Sciòpero! sostantivo maschile singolare, raro. "Sciopero contro il Jobs Act"

Il 12 dicembre molti scioperano con parecchi buoni motivi: il Jobs Act è il peggior provvedimento degli ultimi decenni contro il diritto del lavoro, o quel poco che ne rimaneva. E lo ha voluto il PD.

E' vero che in molte parti è incostituzionalmente in bianco, ma dove c'è nero su bianco c'è scritto che si predilige un contratto a tempo indeterminato che sarà senza tutele, che si vogliono rivedere i poteri dell'imprenditore di cambiare le mansioni dei lavoratori e di controllarli a distanza mentre lavorano.

Mi sa che il modello di impresa del "più grande partito riformista" sia quello di Amazon: il lavoratore è una breve comparsa sottopagata terrorizzata che fa a gara con altri disperati per salvarsi da un licenziamento che (v. studio UIL) all'impresa conviene (perché gli sgravi fiscali e contributivi saranno probabilmente più alti dell'indennizzo per un licenziamento illegittimo).

Ma poi in fondo è stato già fatto tutto col decreto Poletti: contratto a termine libero, "acausale", per tre anni e più. Le nuove assunzioni sono già per l'85% contratti a termine.

La propaganda di regime racconterà che sono in sciopero e in strada i lavoratori "privilegiati", ma le balle del "bomba" cominciano a stancare, non ride più nessuno.
 

lunedì 8 dicembre 2014

Riaprire?

Il centro di Firenze è sempre splendido, ma privato delle funzioni che attraevano a tutte le ore studenti, cittadini qualunque e professionisti, da ormai vent'anni conserva solo il carattere di un museo, di una vetrina e di una mangiatoia per turisti. Ed è chiuso alle auto, da aprile a ottobre anche la sera.
Oggi, 8 dicembre, è pieno di gente, ma più che turisti, sembrano passeggiatori della domenica, gente che col centro chiuso sta a casa, coppie, famiglie, gente che tra poco andrà a cena, gente che annusa qualche acquisto natalizio, o che è reduce da una mostra d'arte o da un terrificante mercatino natalizio e magari ha colto l'occasione per capire se rimanere atterrita o riuscire a sorridere e trangugiare festosità.
Gente né migliore né peggiore dei turisti, salvo il fatto che non si muove in branco e non deve soddisfare bisogni fisiologici ogni cento metri (bere, mangiare, orinare, fare rutti, seguire morbosamente capobranco).
Gente che passeggia, guarda, parla, ammira, sorseggia, compra, passeggia, parla, mangia... Un po' troppi, oggi, più di un giorno festivo qualunque, ma sopportabili. E viene da pensare: sono venuti perché siamo vicini a Natale o perché sono riusciti a parcheggiare vocino? E viene da dire, non per provocare, ma illudendosi che sia venuto il momento di fidarsi del comportamento dell'automobilista che è in ognuno di noi e di ritornare in centro, riprenderselo, arrivando nei pressi con l'auto, in attesa che ci siano dei mezzi di trasporto pubblico decenti? Insomma, se si riaprisse il centro alle auto, con tanto di vigili a regolare il traffico e a limitare gli eccessi dell'invasione?