Matteo Renzi, 27 gennaio 2014:
"Questi costituzionalisti sono quasi tutti di ideologia molto spinta sulla sinistra radicale".
"Se si affossa questa possibilità di riforme - ha detto - diventa
davvero delicato immaginare uno spazio di speranza per questa
legislatura".
Queste sono minacce, non riforme.
Berlusconi e
Renzi sono d'accordo non solo sulla legge-truffa, ma anche nel
considerare di "estrema sinistra" principi di una qualunque costituzione
liberaldemocratica, non solo della nostra.
Nel dettaglio: portare il premio di maggioranza al 38% è ridicolo,
comunque Berlusconi ha detto di no e non si farà, è lui che comanda e
Renzi è arcicontento.
Un premio di maggioranza dovrebbe andare a chi
raggiunga il 50% per rafforzare la maggioranza, non al 35 o 38%: questo
sarebbe un premio alla minoranza che determinerebbe la maggioranza.
Nel
1953 si gridò al colpo di stato per l'approvazione della legge truffa,
ma avrebbe dato il premio appunto alla DC che era in odore di
raggiungere il 50%: avrebbe ottenuto il 65% dei seggi in parlamento,
avrebbe reso ininfluente l'opposizione ed avrebbe potuto anche cambiare
la Costituzione.
Golpisti. Nel 1953 si chiamavano così i democristiani di Scelba, oggi che ci è preso che li chiamiamo riformisti?
http://www.repubblica.it/politica/2014/01/27/news/renzi_riforma_elettorale-77036426/?ref=HREA-1
Cerca nel blog
lunedì 27 gennaio 2014
domenica 26 gennaio 2014
Appello di giuristi e costituzionalisti: non approvate l'Italicum, è peggiore del Porcellum
La proposta di riforma elettorale depositata alla Camera a seguito dell’accordo tra il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi e il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi consiste sostanzialmente, con pochi correttivi, in una riformulazione della vecchia legge elettorale – il cosiddetto “Porcellum” – e presenta perciò vizi analoghi a quelli che di questa hanno motivato la dichiarazione di incostituzionalità ad opera della recente sentenza della Corte costituzionale n.1 del 2014.
Questi vizi, afferma la sentenza, erano essenzialmente due.
Il primo consisteva nella lesione dell’uguaglianza del voto e della rappresentanza politica determinata, in contrasto con gli articoli 1, 3, 48 e 67 della Costituzione, dall’enorme premio di maggioranza – il 55% per cento dei seggi della Camera – assegnato, pur in assenza di una soglia minima di suffragi, alla lista che avesse raggiunto la maggioranza relativa. La proposta di riforma introduce una soglia minima, ma stabilendola nella misura del 35% dei votanti e attribuendo alla lista che la raggiunge il premio del 53% dei seggi rende insopportabilmente vistosa la lesione dell’uguaglianza dei voti e del principio di rappresentanza lamentata dalla Corte: il voto del 35% degli elettori, traducendosi nel 53% dei seggi, verrebbe infatti a valere più del doppio del voto del restante 65% degli elettori determinando, secondo le parole della Corte, “un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente” e compromettendo la “funzione rappresentativa dell’Assemblea”. Senza contare che, in presenza di tre schieramenti politici ciascuno dei quali può raggiungere la soglia del 35%, le elezioni si trasformerebbero in una roulette.
Il secondo profilo di illegittimità della vecchia legge consisteva nella mancata previsione delle preferenze, la quale, afferma la sentenza, rendeva il voto “sostanzialmente indiretto” e privava i cittadini del diritto di “incidere sull’elezione dei propri rappresentanti”. Questo medesimo vizio è presente anche nell’attuale proposta di riforma, nella quale parimenti sono escluse le preferenze, pur prevedendosi liste assai più corte. La designazione dei rappresentanti è perciò nuovamente riconsegnata alle segreterie dei partiti. Viene così ripristinato lo scandalo del “Parlamento di nominati”; e poiché le nomine, ove non avvengano attraverso consultazioni primarie imposte a tutti e tassativamente regolate dalla legge, saranno decise dai vertici dei partiti, le elezioni rischieranno di trasformarsi in una competizione tra capi e infine nell’investitura popolare del capo vincente.
C’è poi un altro fattore che aggrava i due vizi suddetti, compromettendo ulteriormente l’uguaglianza del voto e la rappresentatività del sistema politico, ben più di quanto non faccia la stessa legge appena dichiarata incostituzionale. La proposta di riforma prevede un innalzamento a più del doppio delle soglie di sbarramento: mentre la vecchia legge, per questa parte tuttora in vigore, richiede per l’accesso alla rappresentanza parlamentare almeno il 2% alle liste coalizzate e almeno il 4% a quelle non coalizzate, l’attuale proposta richiede il 5% alle liste coalizzate, l’8% alle liste non coalizzate e il 12% alle coalizioni.
Tutto questo comporterà la probabile scomparsa dal Parlamento di tutte le forze minori, di centro, di sinistra e di destra e la rappresentanza delle sole tre forze maggiori affidata a gruppi parlamentari composti interamente da persone fedeli ai loro capi.
Insomma questa proposta di riforma consiste in una riedizione del porcellum, che da essa è sotto taluni aspetti – la fissazione di una quota minima per il premio di maggioranza e le liste corte – migliorato, ma sotto altri – le soglie di sbarramento, enormemente più alte – peggiorato. L’abilità del segretario del Partito democratico è consistita, in breve, nell’essere riuscito a far accettare alla destra più o meno la vecchia legge elettorale da essa stessa varata nel 2005 e oggi dichiarata incostituzionale.
Di fronte all’incredibile pervicacia con cui il sistema politico sta tentando di riprodurre con poche varianti lo stesso sistema elettorale che la Corte ha appena annullato perché in contrasto con tutti i principi della democrazia rappresentativa, i sottoscritti esprimono il loro sconcerto e la loro protesta.
Contro la pretesa che l’accordo da cui è nata la proposta non sia emendabile in Parlamento, ricordano il divieto del mandato imperativo stabilito dall’art.67 della Costituzione e la responsabilità politica che, su una questione decisiva per il futuro della nostra democrazia, ciascun parlamentare si assumerà con il voto. E segnalano la concreta possibilità – nella speranza che una simile prospettiva possa ricondurre alla ragione le maggiori forze politiche – che una simile riedizione palesemente illegittima della vecchia legge possa provocare in tempi più o meno lunghi una nuova pronuncia di illegittimità da parte della Corte costituzionale e, ancor prima, un rinvio della legge alle Camere da parte del Presidente della Repubblica onde sollecitare, in base all’art.74 Cost., una nuova deliberazione, con un messaggio motivato dai medesimi vizi contestati al Porcellum dalla sentenza della Corte costituzionale. Con conseguente, ulteriore discredito del nostro già screditato ceto politico.
Primi firmatari:Gaetano Azzariti, Mauro Barberis, Michelangelo Bovero, Ernesto Bettinelli, Francesco Bilancia, Lorenza Carlassare, Paolo Caretti, Giovanni Cocco, Claudio De Fiores, Mario Dogliani, Gianni Ferrara, Luigi Ferrajoli, Angela Musumeci, Alessandro Pace, Stefano Rodotà, Luigi Ventura, Massimo Villone, Ermanno Vitale.
Pietro Adami, Anna Falcone, Giovanni Incorvati, Raniero La Valle, Roberto La Macchia, Domenico Gallo, Fabio Marcelli, Valentina Pazè, Paolo Solimeno
Per aderire inviare una mail a: perlademocraziacostituzionale @ gmail.com (senza spazi)
mercoledì 22 gennaio 2014
Prime brevi critiche per punti sulla proposta di legge elettorale di Renzi e Berlusconi
Dopo aver letto i proni, stolti o
superficiali elogi dell'Italicum, dopo aver ascoltato le puntuali e
radicali critiche o almeno perplessità dei più avveduti e
autorevoli costituzionalisti, non ci si può bere la frottola della
riforma elettorale che salva la democrazia italiana, viene semmai da
pensare che quella proposta affossi la democrazia, la stravolga consegnandoci - date le tendenze attuali - un sistema
tripartitico in cui un partito vince pur rappresentando un terzo
dell'elettorato e gli altri due, bontà loro, stanno a guardare pur
possedendo insieme i due terzi. Nessun altro entra in parlamento. E
l'elettore sente di partecipare ad un gioco d'azzardo in cui non tiene mai il banco.
Vediamo in breve gli aspetti cruciali (il testo del ddl presentato il 22 gennaio alla Commissione della Camera http://www.polisblog.it/post/196977/come-funziona-legge-elettorale-renzi-berlusconi-testo ) .
1. Più che Italicum lo chiamerei
Macedonium (Sartori parla di pastrocchium): l'ipotesi di sistema
elettorale uscita dall'incontro idilliaco tra Berlusconi e Renzi
attinge in modo confuso a caratteri di altri sistemi, ma soprattutto
somma correttivi al proporzionale che riducono in modo decisivo la
rappresentatività del parlamento in modo ritengo eccessivo,
intollerabile. Macedonia avvelenata, quindi.
2. Rappresentatività e
governabilità: il ragionamento della Consulta nella sentenza (n. 1/2014 http://www.cortecostituzionale.it/actionGiurisprudenza.do ) che
ha censurato il Porcellum si basa sul confronto tra i due concetti ed
ha precisato che quello della rappresentatività è un principio
costituzionale, quello della governabilità è un obiettivo
perseguibile, legittimo, ma non necessario. La repubblica italiana si
basa sulla sovranità popolare esercitata nei modi e limiti della
costituzione; caratteri fondamentali rintracciabili in tutta la Carta
sono il pluralismo, la separazione dei poteri, la rappresentività
delle istituzioni elettive, l'uguaglianza del voto, il diritto di
tutti a concorrere a determinare la politica associandosi,
candidandosi, ecc. Ogni correttivo al principio del suffragio
universale diretto (tutti i maggiorenni possono votare per scegliere
i rappresentanti) deve essere giudicato quindi con cautela ed avere
una motivazione degna di tutela. I correttivi proposti appaiono
esorbitanti singolarmente presi e ancor più per l'effetto che
producono sommandosi.
2. E' un sistema elettorale
proporzionale con sbarramento all'8% se non ti allei, 5% se ti
allei, 12% per l'alleanza. Sbarramenti altissimi: la Consulta non si
è espressa sulla legittimità degli sbarramenti perché non era
stato chiesto nel ricorso, ma questi sono quasi doppi, politicamente
dirompenti (restano in vita solo tre partiti) e giuridicamente in
conflitto col principio costituzionale di rappresentanza democratica.
3. Le liste sono bloccate e lunghe,
pertanto in netta violazione delle indicazioni della Corte. Bloccate
per definizione, ma anche lunghe: non perché sei seggi siano troppi
(come pure dicono già molti), ma perché i seggi sono assegnati in
base ai voti ricevuti in un collegio unico nazionale, pertanto le
"liste brevi" che in teoria soddisfano la richiesta della
Corte sono una finzione: l'elettore sceglie sì liste bloccate brevi,
ma contribuisce al risultato proporzionale di quella lista (partito)
e quindi non vota quei pochi e noti del suo collegio, ma TUTTI i
candidati di quel partito, ovunque si candidino, quindi la "vera"
lista è lunga, molto più lunga che nel Porcellum, e vi sono
centinaia di candidati. Pertanto: non si sceglie il candidato, ma si
approva o meno una delle poche liste bloccate che si candidano.
Criticare l'assenza di preferenze non coglie nel segno, non svela
l'inganno.
4. Il premio di maggioranza: è
lo strumento correttivo più pesante. Il partito o la coalizione più
votata che raggiunga il 35% dei voti ottiene un premio che le
consente di arrivare al 53% (quindi ottiene da 0% a 18% di seggi in
più rispetto a quanti derivanti dal calcolo proporzionale). Se
invece nessuno arriva al 35% è indetto il secondo turno di
coalizione per assegnare il premio; accedono i due partiti più
votati al primo turno, chi vince ottiene il 53% con un premio
eventuale. E' un premio ragionevole? La Corte chiedeva ragionevolezza
imponendo una soglia di accesso, ma senza indicarne l'entità: qui la
soglia c'è, ma molto bassa (qualcuno il 21 gennaio a Roma, convegno
dell'Associazione Democrazia Costituzionale, l'ha chiamata sogliola),
costruita sulle attuali aspettative dei partiti maggiori e in grado
di imporre sostanzialmente la riduzione dei partiti a tre; di
conseguenza il premio risulta essere molto alto, troppo secondo
molti, forse anche per un prossimo giudizio della Consulta.
Pertanto la proposta risponde alle due
censure fatte dalla Consulta al Porcellum, premio senza soglia e
liste bloccate lunghe, con due meccanismi ingannevoli: premio con
soglia, ma bassa, liste bloccate brevi, ma in realtà lunghissime. E
aggiunge meccanismi di distorsione del voto (soglie di sbarramento e
doppio turno) sui quali la Consulta non si è espressa.
Il giudizio di costituzionalità
ritengo debba essere nettamente negativo, visti i presupposti. Quello
politico deve denunciare il tentativo di golpe ai danni della
democrazia che, invece che uscire dalla parentesi quasi eversiva
della condotta berlusconiana, tenta di introdurre elementi di
bonapartismo e di oligarchia che scavalcano brutalmente i meccanismi
di rappresentanza e mediazione previsti nella Costituzione.
domenica 19 gennaio 2014
Dove porta la voglia italiana di maggioritario
Se non proviamo a sollevare un po' la testa dal pattume maggioritario (e in questo ci aiutano Azzariti, Villone, l'avv. Besostri e tanti altri, ma direi anche Luciano Canfora) che ci hanno somministrato in questi anni non riusciamo a giudicare la pretesa di quanti stanno cercando un meccanismo di traduzione dei voti in seggi che... falsifichi il risultato!
Camuffano da governabilità un intento che di solito è confinato alle discussioni da bar: qualcuno non si merita il diritto di voto o perché è grullo o perché non si allinea a valori universalmente riconosciuti o è vecchio, ecc. Questo è.
Conquistato nel 1919 maschile e poi nel 1946 anche femminile, il suffragio universale fu confermato nel 1948 e poi abbandonato nel 1993 quando si ridusse la possibilità di scelta (75% dei seggi scelti in collegi uninominali). Fra i tanti Domenico Losurdo nel '93 si interrogava sul "trionfo e decadenza del suffragio universale" e su "democrazia o bonapartismo". Nel 2005 fu introdotta una vera e propria assurdità per cui il voto era diventato una scommessa in cui chi prendeva un voto in più prendeva tutto (prendeva la maggioranza e faceva il governo, se gli andava bene nelle regioni per il senato).
E' ben vero che nel Regno Unito ci sono i collegi uninominali, che gli USA c'è il presidenzialismo, ma hanno mai avuto dittature quei paesi? Eppure anche lì è continuamente discussa l'esclusione dei partiti minori che sono piccolissimi proprio a causa del sistema esclusivo, crescerebbero se ci fosse un sistema proporzionale.
In Italia possiamo pensare di rendere bipartitico un sistema politico e culturale che non lo è? Con quali conseguenze? Vi immaginate il nostro paese con Grillo che vince e il PD e tutta la destra che devono dividersi il 40% della camera? Oppure anche con Renzi che vince e gli altri fuori.
Correttivi al proporzionale si possono inserire, ma rispettando il criterio della rappresentanza e della ragionevolezza, come ha detto - sia pure con grande cautela - la corte costituzionale.
Non sembrano tollerabili le proposte che circolano: mattarellum corretto da un premio e con quota proporzioanle ridotta, oppure collegi ancora più piccoli del sistema spagnolo. E poi il doppio turno: non ha i difetti degli altri due, ma comporterebbe la riforma costituzionale perché altrimenti potrebbe generare due diverse maggioranze tra camera e senato.
Perché non serbare, non tornare ai caratteri che contraddistinguono la nostra democrazia costituzionale, ricordandosi non per nostalgia, ma perché vediamo nei populismi e personalismi di oggi pericoli di derive se non autoritarie, senz'altro di impoverimento culturale e progettuale, a caratteri che furono disegnati per una democrazia più ricca e per contrastare i pericoli dell'uomo solo al comando?
Ugo La Malfa disse parole chiare, fra i tanti, in "Difendo la Costituzione" ricordando le caratteristiche della costituzione:
"Tali caratteristiche, o sono mantenute ferme e preservate insieme o insieme saranno travolte. Esse possono essere sinteticamente così indicate: pluralismo sociale e politico che dà diritto di rappresentanza a tutte le correnti storiche ideologiche e culturali delle vita italiana unitaria ed è il fondamento della libertà di associazione e di organizzazione in sindacati; conseguente proporzionalismo che di tale pluralismo è il riflesso partitico e istituzionale immediato; struttura degli organi depositari della sovranità popolare secondo lo schema della democrazia parlamentare e cioè del governo espressione del parlamento di fronte al quale esso è responsabile".
Camuffano da governabilità un intento che di solito è confinato alle discussioni da bar: qualcuno non si merita il diritto di voto o perché è grullo o perché non si allinea a valori universalmente riconosciuti o è vecchio, ecc. Questo è.
Conquistato nel 1919 maschile e poi nel 1946 anche femminile, il suffragio universale fu confermato nel 1948 e poi abbandonato nel 1993 quando si ridusse la possibilità di scelta (75% dei seggi scelti in collegi uninominali). Fra i tanti Domenico Losurdo nel '93 si interrogava sul "trionfo e decadenza del suffragio universale" e su "democrazia o bonapartismo". Nel 2005 fu introdotta una vera e propria assurdità per cui il voto era diventato una scommessa in cui chi prendeva un voto in più prendeva tutto (prendeva la maggioranza e faceva il governo, se gli andava bene nelle regioni per il senato).
E' ben vero che nel Regno Unito ci sono i collegi uninominali, che gli USA c'è il presidenzialismo, ma hanno mai avuto dittature quei paesi? Eppure anche lì è continuamente discussa l'esclusione dei partiti minori che sono piccolissimi proprio a causa del sistema esclusivo, crescerebbero se ci fosse un sistema proporzionale.
In Italia possiamo pensare di rendere bipartitico un sistema politico e culturale che non lo è? Con quali conseguenze? Vi immaginate il nostro paese con Grillo che vince e il PD e tutta la destra che devono dividersi il 40% della camera? Oppure anche con Renzi che vince e gli altri fuori.
Correttivi al proporzionale si possono inserire, ma rispettando il criterio della rappresentanza e della ragionevolezza, come ha detto - sia pure con grande cautela - la corte costituzionale.
Non sembrano tollerabili le proposte che circolano: mattarellum corretto da un premio e con quota proporzioanle ridotta, oppure collegi ancora più piccoli del sistema spagnolo. E poi il doppio turno: non ha i difetti degli altri due, ma comporterebbe la riforma costituzionale perché altrimenti potrebbe generare due diverse maggioranze tra camera e senato.
Perché non serbare, non tornare ai caratteri che contraddistinguono la nostra democrazia costituzionale, ricordandosi non per nostalgia, ma perché vediamo nei populismi e personalismi di oggi pericoli di derive se non autoritarie, senz'altro di impoverimento culturale e progettuale, a caratteri che furono disegnati per una democrazia più ricca e per contrastare i pericoli dell'uomo solo al comando?
Ugo La Malfa disse parole chiare, fra i tanti, in "Difendo la Costituzione" ricordando le caratteristiche della costituzione:
"Tali caratteristiche, o sono mantenute ferme e preservate insieme o insieme saranno travolte. Esse possono essere sinteticamente così indicate: pluralismo sociale e politico che dà diritto di rappresentanza a tutte le correnti storiche ideologiche e culturali delle vita italiana unitaria ed è il fondamento della libertà di associazione e di organizzazione in sindacati; conseguente proporzionalismo che di tale pluralismo è il riflesso partitico e istituzionale immediato; struttura degli organi depositari della sovranità popolare secondo lo schema della democrazia parlamentare e cioè del governo espressione del parlamento di fronte al quale esso è responsabile".
lunedì 13 gennaio 2014
Il voto deve essere uguale e diretto: la Consulta introduce una legge elettorale proporzionale con preferenze.
Le motivazioni della sentenza di dicembre 2013 (n. 1.2014) della Corte Costituzionale che àbroga in parte le modifiche apportate al sistema elettorale dal Porcellum, legge 270/2005 (il testo integrale su www.cortecostituzionale.it)
E' forse più interessante il passo su ammissibilità e rilevanza della questione (è la prima volta che viene abrogata dalla Consulta, anche se parzialmente, una legge elettorale) che sull'incostituzionalità di premio e liste bloccate.
Però limitandosi al merito del sistema elettorale quel che esce è chiaro e provo a sintetizzarlo:
- una legge elettorale deve garantire l'obiettivo della rappresentanza attraverso l'uguaglianza del voto (art. 48), principio che si può comprimere ragionevolmente in funzione della governabilità, ma non fino a stravolgerlo
- se il "test di proporzionalità" fra i due obiettivi dà un risultato squilibrato, deve essere censurata quella legge che non dà più effetti rappresentativi. E questo è il premio senza soglia di accesso che può dare il 55% dei seggi in parlamento anche a chi ottenga un risultato esiguo;
- al senato il "test" dà risultati ancor più smaccati: il premio è su base regionale, quindi la compressione della rappresentatività del sistema è a favore di un effetto del tutto aleatorio, non a favore della governabilità;
- le liste bloccate impediscono il voto "diretto" (art. 56 e 58 Cost.), visto che le liste sono determinate dai partiti; inoltre si tratta di liste lunghe (le circoscrizioni sono molto ampie) ed è impossibile conoscere tutti i potenziali eletti; e di liste che coprono tutti gli eletti, non essendoci quote determinate con preferenze; la Corte sottintende che circoscrizioni piccole o liste bloccate per decidere una parte solo dei seggi potrebbero essere conformi alla costituzione;
- l'effetto dell'abrogazione delle liste bloccate comporta, secondo i normali criteri di interpretazione, l'introduzione del voto di preferenza;
- il parlamento eletto nel 2013 è legittimo come ogni suo atto perché, pur essendo l'abrogazione retroattiva, non tocca i rapporti esauriti (ovvero le elezioni già svolte che hanno eletto parlamentari già proclamati);
- la legge che esce da questa decisione è una legge pienamente applicabile (salvo alcuni aspetti attuativi e interpretativi): proporzionale con preferenze e sbarramenti;
- la Consulta non dice se gli sbarramenti siano o meno conformi a costituzione perché non le è stato chiesto.
E' forse più interessante il passo su ammissibilità e rilevanza della questione (è la prima volta che viene abrogata dalla Consulta, anche se parzialmente, una legge elettorale) che sull'incostituzionalità di premio e liste bloccate.
Però limitandosi al merito del sistema elettorale quel che esce è chiaro e provo a sintetizzarlo:
- una legge elettorale deve garantire l'obiettivo della rappresentanza attraverso l'uguaglianza del voto (art. 48), principio che si può comprimere ragionevolmente in funzione della governabilità, ma non fino a stravolgerlo
- se il "test di proporzionalità" fra i due obiettivi dà un risultato squilibrato, deve essere censurata quella legge che non dà più effetti rappresentativi. E questo è il premio senza soglia di accesso che può dare il 55% dei seggi in parlamento anche a chi ottenga un risultato esiguo;
- al senato il "test" dà risultati ancor più smaccati: il premio è su base regionale, quindi la compressione della rappresentatività del sistema è a favore di un effetto del tutto aleatorio, non a favore della governabilità;
- le liste bloccate impediscono il voto "diretto" (art. 56 e 58 Cost.), visto che le liste sono determinate dai partiti; inoltre si tratta di liste lunghe (le circoscrizioni sono molto ampie) ed è impossibile conoscere tutti i potenziali eletti; e di liste che coprono tutti gli eletti, non essendoci quote determinate con preferenze; la Corte sottintende che circoscrizioni piccole o liste bloccate per decidere una parte solo dei seggi potrebbero essere conformi alla costituzione;
- l'effetto dell'abrogazione delle liste bloccate comporta, secondo i normali criteri di interpretazione, l'introduzione del voto di preferenza;
- il parlamento eletto nel 2013 è legittimo come ogni suo atto perché, pur essendo l'abrogazione retroattiva, non tocca i rapporti esauriti (ovvero le elezioni già svolte che hanno eletto parlamentari già proclamati);
- la legge che esce da questa decisione è una legge pienamente applicabile (salvo alcuni aspetti attuativi e interpretativi): proporzionale con preferenze e sbarramenti;
- la Consulta non dice se gli sbarramenti siano o meno conformi a costituzione perché non le è stato chiesto.
giovedì 26 dicembre 2013
La giusta legge elettorale: dibattito del 13 dicembre 2013
Lo
scorso 13 dicembre si è tenuto a Firenze il convegno su “Costituzione,
riforme e legge elettorale” organizzato dai compagni del Forum
democrazia, giustizia e diritti di SEL Firenze: l’incontro ha messo di
fronte il prof. Rolando Tarchi (dir. costituzionale all’Univ. di Pisa)
le senatrici Alessia Petraglia di SEL e Rosa Maria Di Giorgi del PD,
Massimo Torelli di Alba, il giurista ed ex magistrato Rosario Minna e
Marcella Bresci del Comitato per la Costituzione e Roberto Passini,
animatore di Hyperpolis.it (purtroppo erano assenti esponenti del M5S, seppur
invitati) in un momento cruciale per il dibattito su quei temi.
Siamo infatti arrivati ormai all’esplicito abbandono del contorto ed
illegittimo procedimento di revisione “in deroga all’art. 138 della
Costituzione” che, con modalità rapide e poco trasparenti, svolte
soprattutto all’interno dell’apposito Comitato bicamerale (riedizione
della Bicamerale di Berlusconi del 1994 e di D’Alema del 1998) avrebbe
messo mano a ben 65 articoli della Costituzione fino a consegnarci una
nuova Carta approvata dal parlamento meno rappresentativo della storia
della repubblica.
La discussione ha sottolineato quasi unanimemente
il pesante rischio corso e che la svolta è dovuta al dissenso verso il
governo e ogni iniziativa di quella maggioranza da parte di Berlusconi e
di Forza Italia e all’impossibilità di approvare il procedimento in
deroga con la maggioranza dei 2/3 delle camere e pertanto all’alta
probabilità di andare a referendum e allungare i temi di almeno un anno;
ma non possiamo trascurare la mobilitazione di questi mesi contro la
riforma iniziata il 2 giugno a Bologna e proseguita, tra assemblee ed
appelli, attraverso la grande manifestazione di Roma del 12 ottobre e
l’ultima raccolta di firme in vista della votazione che avrebbe dovuto
tenersi dopo il 10 dicembre. Altra novità positiva, hanno valutato
Tarchi, Petraglia e Corrado Mauceri, è stata la sentenza della Corte
costituzionale del 3 dicembre sulla legge elettorale 270/2005, sentenza
innovativa che ha anzitutto confermato l’ammissibilità del giudizio di
costituzionalità su una legge elettorale (sinora sempre negata, ma lo
spiraglio si era aperto con la sentenza della Corte di Cassazione che
aveva appunto ritenuto che non si possano applicare le strettoie solite –
che nel nostro sistema vietano il ricorso diretto al giudizio di
costituzionalità – ad una legge come quella elettorale che consente che
il diritto di chi ha agito davanti al giudice di merito sia ristabilito
direttamente proprio dalla Corte costituzionale quando cancella la parte
illegittima di quella legge e non necessiti di altre pronunce di
merito). La Consulta ha quindi cancellato il premio di maggioranza e le
liste bloccate e consegnato al nostro ordinamento una legge elettorale
proporzionale con sbarramenti e possibilità di esprimere preferenze.
Sia il prof. Tarchi che tutti gli altri relatori hanno ribadito che il
parlamento è formalmente legittimo perché la legge elettorale ha svolto
le sue funzioni al momento delle elezioni quando era pienamente valida,
ma certo la legittimazione politica a fare riforme è quasi svanita e si
consiglia di non mettervi mano, specie perché sembra che i protagonisti
della attuale maggioranza governativa non abbiano idea di che strada
imboccare nemmeno nelle riforme residue, ma di grande rilievo e
delicatezza, che riguardano ruoli e numeri di Camera e Senato (il
bicameralismo perfetto, o differenziato, o il monocameralismo) e
competenze di stato e regioni (il Titolo Quinto già manomesso nel 2001).
Ma il conflitto più esplicito è – e lo si è rilevato anche
dall’intervento della senatrice del PD – sulla legge elettorale: il PD,
specie ora che è guidato da Matteo Renzi, spinge per una legge
maggioritaria, mentre sappiamo che
il Nuovo centrodestra preferirebbe il proporzionale e il M5S sembra
insistere per il Mattarellum (che probabilmente lo danneggerebbe, visto
che arriverebbe terzo in gran parte dei collegi uninominali ); gli altri intervenuti
rilevavano che una legge elettorale non può mirare a far fuori un
partito e che il bipolarismo sottinteso dalla legge Mattarella o da
altri modelli maggioritari non esiste più e che un proporzionale
corretto rappresenterebbe più completamente l’elettorato, funzione
sempre centrale del meccanismo elettorale, specie in una fase di crisi
sociale ed economica.
Mi sento di auspicare, dopo aver
coordinato quell’incontro e visto lo stato del dibattito, che non si
ripropongano le stesse ragioni di contrasto e che prevalga l’obiettivo
primario di rappresentare fedelmente l’elettorato, obiettivo che ha
convinto la Consulta al decisivo “ritaglio” della legge Calderoli.
Si possono individuare certo sistemi proporzionali corretti che riducano
la frammentazione e favoriscano (non impongano!) la formazione di
maggioranze, ma senza stravolgere il meccanismo fino a produrre un
maggioritario d’azzardo come era di fatto il Porcellum (tra premi e
sbarramenti) ed anche la legge Mattarella: in questa legge infatti i
collegi uninominali decidevano il 75% degli eletti ed impedivano di
scegliere il candidato perché i candidati unici di ciascuno dei due
schieramenti favoriti erano scelti dai partiti e l’alternativa a un nome
era… cambiare schieramento, cioè diventare di destra se si era di
sinistra o viceversa. In una realtà a tre poli la costrizione può dirsi
forse più sfumata, perché le alternative sono due, ma resta una scelta
ben misera… Il restante 25% era deciso sì dal voto proporzionale, ma su
liste bloccate! Nessuno di questi sistemi garantisce governabilità (che
dipende dalla qualità della politica e dalla forma di governo disegnata
dalla Costituzione, se rispettata) e stabilità (la prova: i governi dal
1994 ad oggi sono durati in sequenza 9 mesi, 2 anni, 14 mesi, 4 mesi, 14
mesi, ecc.).
Pertanto penso che sia bene salvare la funzione primaria delle elezioni: formare un parlamento che rappresenti la nazione.
mercoledì 4 dicembre 2013
Dopo la sentenza di oggi 4 dicembre della Corte Costituzionale
- abbiamo una nuova legge elettorale, risultato della sentenza di oggi della C.Cost. che finalmente concede a sé di giudicare direttamente la conformità a costituzione di una legge elettorale, la novità è enorme. E benvenuta;
- se le camere fossero sciolte dal PdR prima che venga approvata una nuova legge, si andrebbe a votare con un sistema (salvo verifica delle motivazioni della sentenza di oggi) proporzionale con le preferenze e con gli sbarramenti previsti dal porcellum;
- il parlamento eletto è legittimo, ci mancherebbe altro (direi che la retroattività non possa invalidare i rapporti già definiti, in questo caso con la convalida degli eletti), ma non è legittimato politicamente a metter mano alla costituzione; e nemmeno a inventarsi una nuova legge elettorale che confligga con i principi che leggeremo presto nella sentenza (ma basterebbe leggere la costituzione, artt. 1, 3, 48, 67)
- gli eletti sono stati prescelti con procedimento poi giudicato illegittimo e le maggioranze sono determinate da un sistema pure giudicato incostituzionale
- la priorità oggi è dunque andare a votare al più presto, non fare una nuova legge elettorale che già c'è!!!
- se una nuova legge elettorale si vorrà fare dovrà essere in fretta e nel rispetto della Costituzione che, vedremo le motivazioni della sentenza, comunque impone il rispetto dell'uguaglianza del voto (art. 48) e della rappresentanza della volontà degli elettori (art. 1 e 67), quindi niente effetti distorsivi come il premio di maggioranza e niente liste bloccate
- Grillo vuole il Mattarellum, ma l'effetto premiale è simile, anche se diffuso, a quello del Porcellum; Franceschini chiede una nuova legge che dia stabilità (rieccola la stabilità).
Renzi ha già messo le mani avanti chiedendo il doppio turno; ma sarebbe questo parlamento a votare queste belle innovazioni, insomma: è senz'altro più coerente col sistema lasciare le cose come stanno e andare a votare senza aprire altri cantieri.
E chiudere subito quello della riforma costituzionale.
- abbiamo una nuova legge elettorale, risultato della sentenza di oggi della C.Cost. che finalmente concede a sé di giudicare direttamente la conformità a costituzione di una legge elettorale, la novità è enorme. E benvenuta;
- se le camere fossero sciolte dal PdR prima che venga approvata una nuova legge, si andrebbe a votare con un sistema (salvo verifica delle motivazioni della sentenza di oggi) proporzionale con le preferenze e con gli sbarramenti previsti dal porcellum;
- il parlamento eletto è legittimo, ci mancherebbe altro (direi che la retroattività non possa invalidare i rapporti già definiti, in questo caso con la convalida degli eletti), ma non è legittimato politicamente a metter mano alla costituzione; e nemmeno a inventarsi una nuova legge elettorale che confligga con i principi che leggeremo presto nella sentenza (ma basterebbe leggere la costituzione, artt. 1, 3, 48, 67)
- gli eletti sono stati prescelti con procedimento poi giudicato illegittimo e le maggioranze sono determinate da un sistema pure giudicato incostituzionale
- la priorità oggi è dunque andare a votare al più presto, non fare una nuova legge elettorale che già c'è!!!
- se una nuova legge elettorale si vorrà fare dovrà essere in fretta e nel rispetto della Costituzione che, vedremo le motivazioni della sentenza, comunque impone il rispetto dell'uguaglianza del voto (art. 48) e della rappresentanza della volontà degli elettori (art. 1 e 67), quindi niente effetti distorsivi come il premio di maggioranza e niente liste bloccate
- Grillo vuole il Mattarellum, ma l'effetto premiale è simile, anche se diffuso, a quello del Porcellum; Franceschini chiede una nuova legge che dia stabilità (rieccola la stabilità).
Renzi ha già messo le mani avanti chiedendo il doppio turno; ma sarebbe questo parlamento a votare queste belle innovazioni, insomma: è senz'altro più coerente col sistema lasciare le cose come stanno e andare a votare senza aprire altri cantieri.
E chiudere subito quello della riforma costituzionale.
martedì 19 novembre 2013
Riforme, neoliberismo, sinistra. Giorni decisivi?
(mio articolo uscito su http://www.selfirenze.it/riforme-neoliberismo-sinistra-giorni-decisivi/ il 18.11.2013)
La votazione del Senato sulla decadenza di Silvio Berlusconi è diventata un’altra occasione di polemica e segue di poco il voto, sempre al Senato, che ha approvato con più di 2/3 dei membri il ddl costituzionale n. 813 di deroga all’art. 138 Cost.
La votazione del Senato sulla decadenza di Silvio Berlusconi è diventata un’altra occasione di polemica e segue di poco il voto, sempre al Senato, che ha approvato con più di 2/3 dei membri il ddl costituzionale n. 813 di deroga all’art. 138 Cost.
In entrambi i casi sembriamo costretti a
schierarci tra garantisti e giustizialisti, conservatori e riformatori,
antiberlusconiani e benaltristi. Ma sfuggiamo alle letture
stereotipate: proviamo a dirci con orgoglio riformisti e per la difesa e
l’attuazione della costituzione, per il voto palese sulla decadenza e
per la centralità del parlamento. Qualifiche e propositi tutt’altro che
incompatibili. Con una sottolineatura: volere l’attuazione della
Costituzione, oggi, vuol dire soprattutto opporsi all’austerità e al
neoliberismo[1].
Partiamo dalla Costituzione, per
importanza e perché il senso del ddl 813 è proprio tutto lì: intacca il
nodo fondamentale della nostra Costituzione repubblicana, il suo essere
più forte della legge ordinaria, il suo essere modificabile solo in
parte (e per punti limitati) con un procedimento che consenta il
dibattito pubblico, adeguata meditazione e ampie maggioranze[2].
Invece il Governo Letta ha investito tutto sull’opposto: una volta che
il ddl 813 sarà approvato (dal 10 dicembre potrà essere votato in via
definitiva dalla Camera) sarà insediato il Comitato bicamerale di 42
parlamentari che tradurrà in articolato la proposta dei saggi nominati
arbitrariamente da Napolitano; dal Comitato uscirà quindi un testo che
sarà discusso in modo spiccio nelle singole Camere, secondo un
procedimento simile a quello riservato alle leggi di bilancio, e poi
votato due volte ad intervalli ridotti (45 gg. invece che 90) da
ciascuna camera. Pochi ricordano che non solo il procedimento di
revisione è fissato dall’art. 138 (e cambiare una sessantina di articoli
con una deroga al 138 sa davvero di golpe), ma anche che l’art. 72
Cost. impone che per le leggi costituzionali si segua il procedimento
ordinario e vieta procedimenti diversi. Doppiamente incostituzionale,
dunque, il proposito di Napolitano, garante della Costituzione. Una
volta approvata la riforma dei saggi, poi, tornerà in pieno vigore
l’attuale art. 138 Cost. (e quindi la riforma facilitata sarà difficile
rimetterla in discussione!) e potremo festeggiare di aver rispettato il
“cronoprogramma delle riforme” scritto da Napolitano e letto da Letta.
Ci ritroveremo così, se il blitz sarà
riuscito, una Costituzione diversa nella forma di governo, nella
composizione e poteri delle camere e dell’esecutivo, nelle competenze di
stato e regioni, forse anche (conoscendo i fautori) nell’ordinamento
della giustizia, oltre a una nuova legge elettorale. In breve: 1. il
superamento del “bicameralismo perfetto” è cosa ampiamente condivisa, ma
può essere fatto bene e male, aggiungere a questo la riduzione drastica
dei deputati che effetti porterà alla rappresentanza? E quale legge
elettorale la determinerà? 2. maggiori poteri all’esecutivo sono il
banale refrain che ci portiamo dietro dagli anni ’80, cioè da quando
l’esecutivo ha iniziato a prevalere, a danno del parlamento[3];
il rischio maggiore credo che sia rendere ancora più vincolata la
maggioranza parlamentare ai desideri del capo del governo, azzerando la
dialettica dei controlli e dei bilanciamenti di ogni sana democrazia (e
quella francese, fascinosa ma iper – non semi – presidenzialista, soffre
proprio di questo ed è continuamente messa in discussione)[4];
3. il titolo Quinto merita una revisione, sembra che sarà in senso
lievemente accentratore; 4. speriamo che non si tocchi la giustizia, ma
novità che interessino la Costituzione dubito che possano riguardare
l’efficienza, riguarderanno la sua indipendenza. Il tutto ad opera di un
parlamento eletto con una legge che a dicembre la Corte costituzionale
dirà per la terza volta dal 2005, in forma espressa o implicita, che è
contraria alla costituzione. E per volontà di una maggioranza formata e
guidata col determinante contributo di un pregiudicato che, secondo le
leggi dello stato, è indegno di stare in parlamento. Forse il tarlo
peggiore di questa legislatura è tutto lì: tentare di farci confondere
le larghe intese con i Comitati di Liberazione Nazionale, o con l’alto
compromesso dell’Assemblea costituente, o anche con il Compromesso
storico mai realizzato, tradire lo spirito inclusivo e pluralista della
Costituzione con un intento revisionista reazionario e disperato di un
governo sostenuto da una minoranza esigua nel Paese; sottotraccia la
volontà di puntellare un’azione governativa che non facendo quasi niente
perpetua una politica economica e fiscale neoliberista che è
fallimentare quanto iniqua. Per questo la manifestazione del 12 ottobre
per la difesa e l’attuazione della Costituzione ha ragioni storiche e
culturali essenziali per la nostra democrazia, per la nostra società; e
quella piattaforma deve essere convintamente acquisita dalla sinistra
per vedervi anche, in modo già esplicito o da esplicitare, il fondamento
di una diversa politica dei diritti sociali ed economici, di una
diversa regolazione dei rapporti economici fondamentali[5].
Veniamo alla questione della attesa
decadenza di Berlusconi. La Giunta per le votazioni ha deciso il 30
ottobre che il regolamento del Senato, art. 113, richiede la votazione a
scrutinio palese per questo tipo di decisione. Che debba votare il
Senato lo dice l’art. 66 della Costituzione: “Ciascuna Camera giudica
dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte
di ineleggibilità e di incompatibilità”. La sentenza della Cassazione
che ad agosto ha condannato Berlusconi a quattro anni di reclusione e
due anni (come stabilito due mesi dopo la Corte d’Appello di Milano) di
interdizione dai pubblici uffici è appunto una “causa sopraggiunta”
imposta da un giudice con sentenza definitiva.
La legge Severino non pretende di sanzionare in modo retroattivo un comportamento, ma di escludere dal Parlamento e da altre assemblee elettive chi abbia ricevuto condanne definitive ad almeno due anni di reclusione. Il Senato è chiamato ad applicare la legge Severino. Ogni votazione in Parlamento è palese (elettronica di solito, non a chiamata), salvo eccezione. Secondo il regolamento, come ha ben spiegato Massimo Villone già il 17 settembre scorso, cui basterebbe rinviare, il voto è sempre segreto (senza bisogno di chiederlo) quando è su persone, ma qui non è su persone perché riguarda i rapporti tra istituzioni Camere e Magistratura; può poi essere segreto, su richiesta, se riguarda la libertà personale del parlamentare (art. 13 Cost. ecc.), ma non è questo il caso, non si tratta di autorizzare all’arresto o alla perquisizione, ma di consentire o meno a B. di restare in Parlamento. Quella sentenza ha limitato la libertà personale di Berlusconi, la decisione del Senato applicherà solo il dettato della legge Severino. Tra qualche giorno si voterà, quindi, per preservare l’integrità del Senato che, per legge, non può essere composto da persone condannate in via definitiva: non ci sono appigli per giudicare questa scelta del voto palese come una violazione illiberale e limitativa di prerogative parlamentari[6] e non vorrei che ci facessimo distrarre dal fatto che il voto palese è difeso anche da chi vorrebbe cancellare il divieto del vincolo di mandato (art. 67 Cost.), principio questo ovviamente discutibile (lo criticavano Rousseau e Marx). La critica di Grillo, sappiamo, mira a rendere i parlamentari esecutori fedeli del volere di chi si vuole imporre come interprete autentico del volere del popolo, non certo degli elettori che – purtroppo o per fortuna – non hanno possibilità di vincolare i propri eletti[7]. L’indegnità di Berlusconi ha ricevuto già favori e sostegni vergognosi da parte della sua maggioranza, ricordiamolo, ma qui non si tratta di fargliela pagare, ma solo di affermare il principio di legalità nel luogo dove le leggi si scrivono.
La legge Severino non pretende di sanzionare in modo retroattivo un comportamento, ma di escludere dal Parlamento e da altre assemblee elettive chi abbia ricevuto condanne definitive ad almeno due anni di reclusione. Il Senato è chiamato ad applicare la legge Severino. Ogni votazione in Parlamento è palese (elettronica di solito, non a chiamata), salvo eccezione. Secondo il regolamento, come ha ben spiegato Massimo Villone già il 17 settembre scorso, cui basterebbe rinviare, il voto è sempre segreto (senza bisogno di chiederlo) quando è su persone, ma qui non è su persone perché riguarda i rapporti tra istituzioni Camere e Magistratura; può poi essere segreto, su richiesta, se riguarda la libertà personale del parlamentare (art. 13 Cost. ecc.), ma non è questo il caso, non si tratta di autorizzare all’arresto o alla perquisizione, ma di consentire o meno a B. di restare in Parlamento. Quella sentenza ha limitato la libertà personale di Berlusconi, la decisione del Senato applicherà solo il dettato della legge Severino. Tra qualche giorno si voterà, quindi, per preservare l’integrità del Senato che, per legge, non può essere composto da persone condannate in via definitiva: non ci sono appigli per giudicare questa scelta del voto palese come una violazione illiberale e limitativa di prerogative parlamentari[6] e non vorrei che ci facessimo distrarre dal fatto che il voto palese è difeso anche da chi vorrebbe cancellare il divieto del vincolo di mandato (art. 67 Cost.), principio questo ovviamente discutibile (lo criticavano Rousseau e Marx). La critica di Grillo, sappiamo, mira a rendere i parlamentari esecutori fedeli del volere di chi si vuole imporre come interprete autentico del volere del popolo, non certo degli elettori che – purtroppo o per fortuna – non hanno possibilità di vincolare i propri eletti[7]. L’indegnità di Berlusconi ha ricevuto già favori e sostegni vergognosi da parte della sua maggioranza, ricordiamolo, ma qui non si tratta di fargliela pagare, ma solo di affermare il principio di legalità nel luogo dove le leggi si scrivono.
Spunta ora (11 novembre) un’altra idea
di Cronon, Gianni Letta re dell’emergenza: un decreto legge per
approvare una… legge elettorale prima che si pronunci la Corte
Costituzionale. Non se ne farà niente se anche Quagliariello è
contrario, ma solo che venga l’idea che si possa con d.l. dettare le
regole di formazione del parlamento, contro l’art. 72 Cost., contro la
Corte costituzionale e contro principi davvero base dello stato di
diritto non può che far gridare al golpe pensato che già è grave.
Allora il senso di questi giorni, in cui
registreremo la decadenza del senatore Berlusconi e al contempo la
formalizzazione del suo progetto di riforme risalente a vent’anni fa[8],
sta nel monito che ci consegnano: finito (o quasi) il duce di Forza
Italia, sono ben vive le forze e le norme che vogliono consolidare il
governo neoliberista dell’economia e il conseguente sacrificio
dell’impianto egualitario e pluralista della nostra democrazia
costituzionale. Certo, questo appare il proposito essenziale del governo
delle larghe intese. Ma ad una sinistra che voglia proporre un progetto
sociale e culturale diverso non basta contrastare un’insegna, è
necessario svelarne l’oggetto sociale, la funzione reazionaria delle
larghe intese e contrastare chiunque se ne faccia portatore, sennò si
limita a partecipare – fra l’altro da superfluo gregario – ad un gioco
di potere.
Paolo Solimeno
Forum Democrazia giustizia diritti SEL Firenze
Forum Democrazia giustizia diritti SEL Firenze
–
[1] “La costituzione è
alternativa al liberismo e all’austerità” è proprio il titolo di un
convegno organizzato a giugno a Firenze da tante associazioni e
movimenti di difesa della costituzione con una inedita convergenza di
giuristi, economisti, politici ecc. – http://www.syloslabini.info/online/appello-per-la-democrazia-della-nostra-costituzione-settimana-fiorentina-per-la-costituzione/
[2] Su questo, chiaro e non confutato dai “saggi”, Alessandro Pace http://www.costituzionalismo.it/articoli/444/
[3] “Non esiste affatto
un problema di governabilità in Italia e negli altri paesi europei. I
grandi poteri che oggi dirigono l’Europa riescono benissimo a far fare i
“compiti a casa” ai governi ad essi sottoposti. Sono i popoli ad essere
completamente privi di potere.” Raniero La Valle http://temi.repubblica.it/micromega-online/da-cossiga-a-jp-morgan-il-lungo-assedio-alla-costituzione-intervista-a-raniero-la-valle/
[4] Gianni Ferrara:
“L’elezione diretta del governo elude la rappresentanza, la comprime, la
dissolve nell’investitura del governo sostanzialmente immunizzandolo
dalla responsabilità politica, che evapora nello spazio e nel tempo.
Nello spazio, per l’enormità che lo allontana dal corpo elettorale. Nel
tempo, per la distanza che separa una elezione politica da quella
successiva. Un esercizio efficace degli strumenti predisposti per far
valere la responsabilità politica da parte del Parlamento è d’altronde
frustrato dalla disciplina di partito che collega strettamente
maggioranza e governo. Soprattutto nei sistemi bipartitici o, peggio,
bipolari. Quelli che, con effetti disastrosi per la credibilità della
rappresentanza, mediante sistemi elettorali ad altissima distorsione
vengono raccomandati o addirittura imposti per garantire la
“governabilità” su http://www.costituzionalismo.it/articoli/439/
[5] “Governabilità… Si
può dire, con sufficiente sicurezza, che si sia trattato e si tratti di
una tecnica coattiva funzionale all’esecuzione di imposizioni derivanti
da esigenze altre rispetto a quelle proprie dei sottoposti e per
obiettivi non scelti da soggetti, istituzioni, organi che li
deliberano.” http://www.costituzionalismo.it/articoli/439/
[6] Fu ad esempio palese il voto sull’autorizzazione all’arresto di Lusi su pressante richiesta del PDL http://www.articolo21.org/2013/10/segreto-o-palese-do-you-remember-lusi/
[7] Tale constatazione
ne porta un’altra: se i parlamentari fossero vincolati, in parlamento
non si svolgerebbe alcuna discussione perché nessuno cercherebbe di
convincere qualcuno che per legge non può cambiare opinione rispetto al
mandato ricevuto ed è questo uno degli argomenti principali a sostegno
del divieto di vincolo di mandato (cfr. Bernard Manin, Principi del
governo rappresentativo, 2010, pag. 229).
[8] Scorrere il
progetto della Commissione Speroni del 1994 è esercizio utile, vi sfido a
cercare le differenze con la proposta dei “saggi” di oggi: http://www.camera.it/parlam/bicam/rifcost/dossier/prec08.htm
mercoledì 9 ottobre 2013
Napolitano sul carcere
Messaggio ineccepibile quanto intempestivo di Giorgio Napolitano. Sono dodici anni che non partivano "messaggi al parlamento" dal Quirinale.
Però è vero che la situazione è un'emergenza vecchia, ma pur sempre un'emergenza in cui si trovano a soffrire 67.000 persone titolari di diritti fondamentali come quelle fuori e che proprio a gennaio 2013 la Corte di Strasburgo (CEDU) ha minacciato sanzioni se entro un anno non si rimedierà alle pessime condizioni di detenzione, quindi quasi ci siamo. Allora che vadano avanti a trovare soluzioni radicali e durevoli, ricordandosi almeno che gli effetti dell'indulto del 2006 furono riassorbiti in meno di due anni, il 26% dei reclusi è tossicodipendente; 27.000 (!) sono lì per la legge Fini-Giovanardi sulle droghe; solo il 10% è lì per scontare una pena definitiva; il 36% sono stranieri; il 96% sono maschi, ecc. (v. istituto Cattaneo, Istat, clandestinoweb, ecc.).
Insomma, se ne parli, ma questa maggioranza non si troverà certo d'accordo per risolvere il problema del perché tanta gente subisce processi penali spesso laboriosi e costosi ed ENTRA in carcere senza aver commesso reati davvero lesivi di diritti di rango costituzionale, o per risolvere la storica inefficacia delle pene alternative alla detenzione; allora troverà solo il modo di mandar fuori chi ha da scontare pene lievi e tra qualche manciata di mesi saremo daccapo.
E se con l'ennesimo provvedimento tampone si garantirà a Berlusconi di non scontare nemmeno una settimana di arresti domiciliari per condanne ricevute o avvenire non sarà un gran problema, ma le anime belle di Formigoni, di Alfano e via e via, che oggi scopriamo esser lettori di Beccaria da quando noi giocavamo con i soldatini, ce lo lasceranno dire che l'uguaglianza dinanzi alla legge, bella o brutta, in Italia è principio di incerta applicazione...
Qui il messaggio integrale:
http://www.clandestinoweb.com/home-archiviazione/italia/120772-carceri-il-testo-integraledel-messaggio-di-napolitano/
I giornali sono ingiusti quando titolano "amnistia"? Il succo è tutto lì, Berlusconi o 67.000 carcerati e altrettanti secondini in sofferenza. Il messaggio di Napolitano può apparire ingiusto bollarlo come invito all'amnistia, ma di fatto con questo parlamento provvedimenti di depenalizzazione o di radicale riforma delle tre leggi che più intasano il carcere (legge Fini-Giovanardi e Bossi-Fini e Cirielli, ovvero droga, immigrazione e recidiva) non sono certo alla portata. Allora l'unica cosa che si riuscirà a fare sarà un provvedimento di clemenza, l'amnistia, che ovviamente coinvolgerà anche Berlusconi, come sottrarlo? Quale ingiustizia? O anche se ingiustizia fosse, potremmo mai dire che abbiamo rinunciato all'approvazione del provvedimento da parte del PDL solo per tenere in ambascia un vecchietto, per quanto ricco? Ecco, allora: grillino no, perché messo alle strette preferisco una qualche soluzione che è obiettivamente urgente (come una decina d'altre cose...), ma non si può difendere Napolitano. Bisogna difendere la sua intelligenza e consapevolezza. Lui sta facendo politica, lui è la politica italiana, gli altri sono comprimari.Quello di Liana Milella mi sembra il commento più equilibrato, sarà perché scrive su Repubblica e deve moderare i toni se discute gli atti di Napolitano, sarà perché s'intende di questioni giudiziarie, sarà perché è una donna (talvolta aiuta)...
http://milella.blogautore.repubblica.it/2013/10/09/il-rischio-della-chimera/?ref=HREA-1
Giuseppe Caputo a caldo ha scritto: "Sono decisamente contrario all'indulto e l'amnistia. Non risolvono i problemi di sovraffollamento: con l'indulto nel 2006 da 61.000 detenuti siamo scesi a 39.00, dopo circa 18 mesi erano di nuovo 60.000. Alimenta incertezza, allarme sociale e un senso impunità diffusa. L'unico rimedio possibile all'uso eccessivo del carcere è l'eliminazione delle leggi carcerogene che criminalizzano l'immigrazione, l'uso e la dipendenza dalle droghe, la prostituzione. L'indulto /eo l'amnistia sono un palliativo, la depenalizzazione è la cura..." E sono pienamente d'accordo.
mercoledì 28 agosto 2013
Siria, un'altra guerra senza prove, senza obiettivi, senza fine.
Senza pensare di dirvi cose nuove, quasi come uno sfogo dinanzi alle menzogne dei guerrafondai USA, UK, F, segnalo l'editoriale-appello di Boylan su Peace-link:http://www.peacelink.it/editoriale/a/38978.html
Il governo, Mauro e soprattutto Bonino, e`contrario all'intervento, ma l'Italia è quasi inutile: solo le basi potrebbero servire per l'attacco, ma sono molto più vicine quelle turche. Fra l'altro la Turchia è una delle cause della guerra civile siriana repressa così duramente da Assad perche` sostiene da tempo i ribelli.
Al solito manca un'informazione seria e un pluralismo internazionale: gli USA stanno creando le ragioni del conflitto in un grottesco palleggio tra Pentagono e Casa bianca e giornali più allineati, WSJ ad esempio. L'evidenza dell'inganno, molto simile a quello organizzato per scatenare la seconda guerra all'iraq, sta nella richiesta insistente del governo Usa all'intelligence di portare prove convincenti.
Sull'impossibilità di creare un "dopo Assad di pace" dice qualcosa di interessante Roy intervistato stamani 28.8 sul Corriere (copio dalla sintesi della rass. stampa di www.Reset.it):
"Il politologo ed islamologo francese Olivier Roy, intervistato dal Corriere, illustra le fratture tra sciiti e sunniti e quelle createsi all’interno dello stesso mondo sunnita: “All’inizio esisteva un’opposizione comune politica all’Iran, considerato il nemico numero uno per la sua volontà di imporsi come grande potenza geostrategica e i suoi appelli alle piazze arabe a rivoltarsi contro i loro regimi, dal Bahrain all’Iraq. Ma la creazione di un asse comprendente sciiti e ‘cripto-sciiti’, come gli alauiti in Siria, ha trasformato l’opposizione tra arabi e persiani in una guerra tra fedi dell’Islam, con la nascita di un asse sunnita. Da geopolicia la guerra è diventata religiosa, e tutti gli sciiti ora sono sospettati dai sunniti, anche in Iraq e in Bahrain dove non sono particolarmente filoiraniani. Teheran resta l’arcinemico, ma il contesto è cambiato”. Perché all’asse sunnita si è unita la Turchia? “La Turchia prima si interessava solo all’Europa, ma l’arrivo al potere dell’Akp di Erdogan e il rifiuto dell’Europa ad accoglierla hanno portato Ankara a riposizionarsi sul Medio Oriente. Ha approfittato delle Primavere arabe per sostenere i Fratelli musulmani in vari Paesi sperando in un suo ruolo di leadership nella regione, per ora fallito con la caduta di Morsi. Ma la Turchia è ormai entrata in gioco a fianco degli altri poteri sunniti”. Sulle divisione nel fronte sunnita anti-Assad Roy spiega: “Se l’asse formato da Iran, Siria, Hezollah libanese è solido, quello opposto è estremamente fragile. Turchia e Qatar appoggiano la Fratellanza, combattuta invece dall’Arabia saudita che a sua volta sostiene i salafiti. I liberali non vogliono né Fratelli né salafiti. L’unico elemento in comune è l’opposizione ad Assad e al suo sponsor, l’Iran. Ma la rivalità per la leadership regionale è forte soprattutto tra Arabia e Turchia”. Ma per Roy “gli occidentali non hanno strategia, rispondono colpo su colpo, come è stato in Libia. Nemmeno i russi, contrari ad un intervento, hanno una visione precisa. Questo lascerà le decisioni ai poteri e alle forze locali, tra loro divise e con elementi jihadisti. Un fatto rischioso, come abbiamo visto in Libia. E con la Siria i pericoli sono maggiori: possono restar coinvolti il Libano, la Giordania, l’Iraq. Teheran potrebbe reagire colpendo i punti deboli dell’asse sunnita, con attentati in quei Paesi e nel Golfo”.
Qui invece la posizione di Carla Del Ponte, sempre il 28.8.2013:
http://informare.over-blog.it/m/article-119719859.html
Qui un servizio di Russia Today secondo cui le armi chimiche sarebbero state trovate in tunnel dei ribelli siriani
http://www.youtube.com/watch?v=rUW_oFufU-Y
Il governo, Mauro e soprattutto Bonino, e`contrario all'intervento, ma l'Italia è quasi inutile: solo le basi potrebbero servire per l'attacco, ma sono molto più vicine quelle turche. Fra l'altro la Turchia è una delle cause della guerra civile siriana repressa così duramente da Assad perche` sostiene da tempo i ribelli.
Al solito manca un'informazione seria e un pluralismo internazionale: gli USA stanno creando le ragioni del conflitto in un grottesco palleggio tra Pentagono e Casa bianca e giornali più allineati, WSJ ad esempio. L'evidenza dell'inganno, molto simile a quello organizzato per scatenare la seconda guerra all'iraq, sta nella richiesta insistente del governo Usa all'intelligence di portare prove convincenti.
Sull'impossibilità di creare un "dopo Assad di pace" dice qualcosa di interessante Roy intervistato stamani 28.8 sul Corriere (copio dalla sintesi della rass. stampa di www.Reset.it):
"Il politologo ed islamologo francese Olivier Roy, intervistato dal Corriere, illustra le fratture tra sciiti e sunniti e quelle createsi all’interno dello stesso mondo sunnita: “All’inizio esisteva un’opposizione comune politica all’Iran, considerato il nemico numero uno per la sua volontà di imporsi come grande potenza geostrategica e i suoi appelli alle piazze arabe a rivoltarsi contro i loro regimi, dal Bahrain all’Iraq. Ma la creazione di un asse comprendente sciiti e ‘cripto-sciiti’, come gli alauiti in Siria, ha trasformato l’opposizione tra arabi e persiani in una guerra tra fedi dell’Islam, con la nascita di un asse sunnita. Da geopolicia la guerra è diventata religiosa, e tutti gli sciiti ora sono sospettati dai sunniti, anche in Iraq e in Bahrain dove non sono particolarmente filoiraniani. Teheran resta l’arcinemico, ma il contesto è cambiato”. Perché all’asse sunnita si è unita la Turchia? “La Turchia prima si interessava solo all’Europa, ma l’arrivo al potere dell’Akp di Erdogan e il rifiuto dell’Europa ad accoglierla hanno portato Ankara a riposizionarsi sul Medio Oriente. Ha approfittato delle Primavere arabe per sostenere i Fratelli musulmani in vari Paesi sperando in un suo ruolo di leadership nella regione, per ora fallito con la caduta di Morsi. Ma la Turchia è ormai entrata in gioco a fianco degli altri poteri sunniti”. Sulle divisione nel fronte sunnita anti-Assad Roy spiega: “Se l’asse formato da Iran, Siria, Hezollah libanese è solido, quello opposto è estremamente fragile. Turchia e Qatar appoggiano la Fratellanza, combattuta invece dall’Arabia saudita che a sua volta sostiene i salafiti. I liberali non vogliono né Fratelli né salafiti. L’unico elemento in comune è l’opposizione ad Assad e al suo sponsor, l’Iran. Ma la rivalità per la leadership regionale è forte soprattutto tra Arabia e Turchia”. Ma per Roy “gli occidentali non hanno strategia, rispondono colpo su colpo, come è stato in Libia. Nemmeno i russi, contrari ad un intervento, hanno una visione precisa. Questo lascerà le decisioni ai poteri e alle forze locali, tra loro divise e con elementi jihadisti. Un fatto rischioso, come abbiamo visto in Libia. E con la Siria i pericoli sono maggiori: possono restar coinvolti il Libano, la Giordania, l’Iraq. Teheran potrebbe reagire colpendo i punti deboli dell’asse sunnita, con attentati in quei Paesi e nel Golfo”.
Qui invece la posizione di Carla Del Ponte, sempre il 28.8.2013:
http://informare.over-blog.it/m/article-119719859.html
Qui un servizio di Russia Today secondo cui le armi chimiche sarebbero state trovate in tunnel dei ribelli siriani
http://www.youtube.com/watch?v=rUW_oFufU-Y
Iscriviti a:
Post (Atom)
